Il presidio
Tutta la vita in carcere, ora Giacomino è libero
Per 5 anni il bambino in cella con la madre che ora non si dà pace
FIRENZE. Dai Giacomo, buttati, nuota. E lui ci prova a nuotare assieme agli altri bambini. Schizzi d’acqua, giochi, sfide con lui che si butta dal trampolino, e Giacomo guarda, vorrebbe anche lui provarci. Poi gli educatori fischiano, i giochi sono finiti al centro estivo di Firenze. Ogni bambino torna a casa propria. Ogni bambino ha una mamma ad aspettarlo, fuori dalla porta: dai preparati lo zaino, vestiti, affrettati. Non c’è nessun parente ad attendere Giacomo. La mamma, 42 anni, è in carcere a Sollicciano dove sta scontando dieci anni di galera per sfruttamento della prostituzione. E così ogni pomeriggio il piccolo Giacomo (nome di fantasia), 6 anni e mezzo, viene riaccompagnato a Sollicciano, dietro le sbarre, perché da quando aveva un anno il piccolo vive in cella con la mamma.
«Ma tu, Giacomo, dove abiti?», gli ha chiesto un ragazzino dei centri estivi. E lui: «A Sollicciano». Finché, qualche giorno fa, il piccolo, tornando dalla giornata trascorsa in piscina, si è messo a piangere e ha urlato: «Non voglio tornare lì dentro», indicando le celle del carcere di Sollicciano. L’hanno dovuto ricondurre dalla madre detenuta a forza.
Ma da venerdì Giacomo è finalmente libero. Il giudice ha deciso che non poteva più tornare dietro le sbarre. Così il piccolo è stato accompagnato in un istituto, in attesa di essere dato in affidamento a qualche famiglia che lo richieda. E’ almeno questo l’auspicio del consigliere regionale Enzo Brogi che ha visitato il reparto del carcere adibito alle mamme. «Fino a qualche anno fa c’erano tre bambini, ma ora l’unico era Giacomo. Ssperiamo che possa essere affidato ad una famiglia seria e possa rivedere la mamma due-tre volte la settimana», racconta.
Finalmente Giacomo è libero. La sua storia è forse unica al mondo: è stato per più di cinque anni in carcere. Senza aver commesso reato. Senza condanna e senza sentenza. Gli anni che gli psicologi sostengono essere decisivi per l’impronta di un bambino, Giacomo li ha passati dietro le sbarre, con la porta blindata, le urla dei detenuti, gli oblò, il tintinnio delle manette, i passi pesanti delle guardie carcerarie, i cattivi odori delle celle, le pietanze insipide e spesso rancide, la pena infinita negli occhi tristi dei reclusi.
La storia del bimbo cresciuto a Sollicciano, raccontata il 25 giugno scorso dal Corriere fiorentino, ha commosso e indignato l’Italia. E costretto il ministro della Giustizia Andrea Orlando ad inviare ispettori a Sollicciano.
Storia dolorosa, quella di Giacomo, ma anche di ordinaria burocrazia. La legge parla chiaro. I bambini figli di detenute non possono essere separati dalle loro mamme fino al compimento dei tre anni. «E’ il momento dell’allattamento, quello più delicato e a Sollicciano, nonostante che sia un carcere, il reparto delle mamme è aperto, ci sono le porte di legno, pupazzi, giochi, c’è insomma qualcosa che dà un senso colorato e infantile all’ambiente», riferisce Brogi.
Una legge del 2011 ha disposto di portare a sei anni l'età in cui i bambini possono stare con le mamme. Ad una condizione: che vivano, mamma e figlio, in un Icam, istituto a custodia attenuata per le detenute madri, che a Firenze ancora non c’è. Ma anche se ci fosse la madre di Giacomo non ne avrebbe diritto perché la pena inflittagli è troppo alta per consentire misure di carcerazione attenuata.
Così la mamma del piccolo si è aggrappata a corsi e ricorsi contro le decisioni del giudice di affidarlo ad una famiglia. Non voleva staccarsi da Giacomo. Per proteggerlo e sentirsi forse essa stessa protetta. Gli educatori e i volontari di Telefono Azzurro hanno provato a spiegarle che non era più possibile tenere il bambino in carcere. «Rassegnati, per il suo bene. Non lo perderai. Ti sarà portato spesso, però è bene che lui viva fuori, come gli altri ragazzi, poi tra l’altro a settembre comincia le elementari...».
Negli ultimi giorni come una leonessa ferita la donna ha fiutato che un pomeriggio di questo luglio bizzarro Giacomo non sarebbe tornato a “casa”, a Sollicciano. Ha cominciato a gridare, piangere e minacciare di ammazzarsi, lei con il suo piccolo.Basta, ha detto il giudice, non si può rischiare: il cordone ombelicale va rotto. Per il bene di Giacomo. Così è successo, venerdì. «Il bambino ha diritto a vivere in libertà e non in carcere. Va però garantito anche il suo diritto a mantenere il rapporto con la madre», commenta al Tirreno Franco Corleone, garante regionale per i diritti dei detenuti.
Ora la leonessa ferita è stata messa in cella con altre due donne e non sa darsi pace mentre Giacomo è in un istituto. Chissà quando e come madre e figlio potranno raccontarsi le verità di questi loro dolorosi anni perduti alla vita.
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