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In fuga con la bici dopo la denuncia di una spia “nera”
Pieraccini, membro del Cnl della Toscana «Passavano treni carichi di soldati in divisa...»
Non è un privilegio essere l’ultimo testimone di un evento del passato, come mi capita sempre più spesso man mano che mi inoltro nei miei 90 anni. Non lo è perché inevitabilmente riaffiorano, avvolti da un’amara nostalgia volti, fatti paesi, speranze e dolori del tempo che fu. Ora è proprio un viaggio nella memoria, con tutti i suoi ricordi, che mi accorgo ad intraprendere: è il racconto della mia vita e delle mie azioni negli anni che vanno dalla caduta del fascismo alla nascita della Repubblica vissuti fra Viareggio, Pisa, Lucca e Firenze. In un certo senso posso dirmi l’ultimo testimone e partecipe degli sviluppi politici. Tuttavia non sono l’ultimo testimone di quella grande stagione fiorentina, perché c’è nella sua casa versiliese con i suoi 98 anni illuminati dalla splendida lucidità della sua mente, Manlio Cancogni, al quale mando da queste pagine il più affettuoso saluto ed augurio. Con lui ho lavorato insieme nel giornale del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale: la Nazione del Popolo. Il mio viaggio, come si conviene per un viaggio di altri tempi, parte da una stazione ferroviaria: quella di Lucca l’otto settembre del 1943.
All’entrata in guerra dell’Italia ero a Pisa immerso nel mondo della Normale, ricco di alti maestri, di stimolante cultura, di molteplici rapporti di amicizia con personalità che avrei in futuro ritrovato nelle lotte politiche. Fu anche il mio soggiorno pisano la maturazione del mio antifascismo alimentato da maestri e come Calogero e Capitini e da molti giovani che ritrovai nelle vicende politiche, ministri come Taviani, Ferrari Aggradi, Corona e sottosegretari come De Cocci. Da Pisa fui portato via dalla chiamata alle armi. Fui assegnato al 33° reggimento carristi a Parma, a Palazzo Farnese. Fin che fui la, a testimonianza delle condizioni in cui andammo in guerra, non vidi mai un carro armato, ma dopo una marcia di 30 km, presi una pleurite che mi evitò l’invio in Russia come i miei compagni di corso dalla quale quasi nessuno tornò, ma mi inviò ai “servizi sedentari” al Distretto di Lucca. Qui mi colse il 25 aprile 1943: in una calda sera estiva nelle camerate della Caserma corse rapida come un fulmine una notizia : Mussolini è caduto. Scendemmo tutti a precipizio nel grande cortile del distretto e non dimenticherò mai finchè vivo, quella calda notte lucchese, perché inatteso, solenne, spontaneo si alzò il canto: Fratelli d’Italia. Non saprò mai chi lo intonò. Il Governo Badoglio affermò subito: “la guerra continua” e diede ordine di opporsi agli attacchi da qualunque parte venissero, ma purtroppo non fu così coi tedeschi. Intanto usò le forze armate per presidiare le posizioni strategiche. Con il mio umile grado raggiunto nella mia carriera militare di caporalmaggiore, fui posto al comando di pattuglie militari per i vari servizi. C’era con me anche un altro viareggino il professor Angelo Gianni, diventato poi un famoso storico e critico della letteratura italiana, figlio di Alberto Gianni il capo della spedizione tragica dell’Artiglio. Il Distretto mi usò per compiti che oscil. lavano fra il grottesco e l’ambiguo. Fu grottesco il compito di servizio antiaereo da svolgere sulla torre del duomo di San Martino armato del fucile 91, senza neppure un cannocchiale. Fu ambiguo quando fui inviato a sorvegliare (o a proteggere?) la villa di Renato Ricci, che viveva brillantemente.
L’otto settembre presiedevo con la mia pattuglia la stazione ferroviaria di Lucca. Assistei allo sfacelo dello Stato. Passavano, nella più grande confusione treni carichi di soldati in divisa o senza che cercavano di ritornare alle loro case. Man mano che le ore passavano la situazione diventava sempre più drammatica, non esisteva più il potere dello Stato. Col calare della notte anche noi decidemmo di abbandonare la stazione e ci inoltrammo nelle campagne e ci dividemmo. La notte buia era illuminata dai tradizionali falò in onore della Madonna. Camminai a lungo nell’oscurità e nel silenzio fra le sparse luci dei falò finchè giunsi a Marignana. Era ormai il 9 settembre. A Marignana avevo una villetta ristrutturata in quegli anni e arricchita dalle opere d’arte di due miei amici pittori a testimonianza della nostra solida amicizia. Erano Danilo di Prete e Renato Santini. Di Prete.
Quella casa c’è ancora silenziosa testimonianza dei miei due massimi impegni di tutta la mia vita: la politica e l’arte e la cultura. Esse sono la mia personalità che ha le radici nello straordinario Liceo Carducci di Viareggio. In pieno tempo fascista il professor crociano di filosofia mi insegnò il valore della libertà e il professor Jenco mi fece innamorare dell’arte, antica e moderna. Quel 19 settembre a Marignana mi trovai solo. Avevo naturalmente gli amici viareggini, soprattutto gli artisti quasi tutti anti fascisti, ma non avevo come invece avevo a Pisa, una rete. Mi raggiunse un amico, Bindo Fiorentini. A Marignana incontrai Don Alessandri. Era un giovane parroco moderno perfino in certo senso spregiudicato, di sentimenti antifascisti. Presto fraternizzammo. Volevano fare qualcosa per lottare contro i nazi fascisti. Non c’era ancora il CLN ed era agli inizi la grande stagione della Resistenza. Cominciammo quasi come in un gioco gogliardico ad applicare la democrazia a tutte le istituzione della parrocchia che divennero tutte elettive. Ma assai più serio fu il tentativo di lavorare con la gente della zona. Ciò bastò a far si che qualcuno ci denunciasse così che una mattina di incipiente primavera, una pattuglia di fascisti e nazisti venne per arrestarci: me e il mio amico. Per fortuna la pattuglia andò alla mia villetta mentre noi eravamo in canonica. Un ragazzino ansante riuscì ad avvertirci prima che la pattuglia arrivasse gridandoci: “scappate, vengono ad arrestarvi” e noi potemmo fuggire nel bosco dietro la chiesa e con due biciclette andare a Firenze. Per me fu il mio primo impegno attivo politico.
Don Alessandri divenne un leader della resistenza versiliese. Fu lì nella canonica di Marignana che intorno al 20 aprile 1944, alla presenza di Don Alessandri, i due leader partigiani, Marcello Garosi e Giancarlo Taddei diedero vita alla formazione Luigi Muraglia, primo caduto della Resistenza versiliese. Credo di poter dire di avere piantato un seme a Marignana. Fuggimo dunque il mio amico ed io in bicicletta a Firenze. E lì iniziò un’altra storia.
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