Il Tirreno

Dosi di filosofia

«Devi crescere»: chiediamo ai ragazzi di diventare adulti, ma quali esempi diamo da genitori?

di Lamberto Giannini
«Devi crescere»: chiediamo ai ragazzi di diventare adulti, ma quali esempi diamo da genitori?

L’etica della responsabilità diffusa attualmente è prevalentemente normativa e non di senso

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Lamberto Giannini, insegnante e direttore della compagnia Mayor Von Frinzius, è il protagonista di una rubrica settimanale dedicata ai giovani e non solo: “Dosi di filosofia”. 


Devi crescere, basta essere sempre un bambino, ormai hai 16 anni; non lo vedi che gli altri sono più maturi di te: svegliati. Quanto spesso si sentono frasi del genere pronunciate da genitori, insegnanti, allenatori, ai ragazzi di oggi. Che non reagiscono nemmeno. Si prendono la sgridata senza fiatare.

Oggi è sempre più alta la richiesta di responsabilizzazione e di adultità da parte dei giovani: una richiesta assolutamente corretta, in quanto ogni società ha il compito di responsabilizzare le future generazioni a trovare un senso alla propria esistenza. Ma l’etica della responsabilità è qualcosa che si sviluppa principalmente con l’esempio.

Non sempre funziona, anzi, in soggetti fortemente oppositivi, può verificarsi una spinta alla differenziazione che spinge a fare il contrario di ciò che viene tramandato come insegnamento. Anche nel caso di logica del contrario dei soggetti oppositivi il significato permane in quanto il soggetto adolescenziale entra in contrasto soltanto con chi è significativo, quindi un figlio o un alunno che entrano in contrasto con l’adulto di riferimento danno significato a quel tipo di relazione.

L’esempio rimane quindi la dimensione paradigmatica più importante. Oggi vediamo molti genitori che si lamentano dei figli che fumano mentre stanno fumando loro stessi, docenti che si lamentano dei ritardi mattutini e che sono i primi ad arrivare in ritardo. Non sono atteggiamenti nuovi, ma mentre nel passato questo atteggiamento provocava rabbia e ribellione, oggi provoca mancanza di significato e indifferenza; non si produce quindi il motore che spinge alla riflessione sul proprio atteggiamento, ma l’accettazione di una sciatta superficialità priva di dimensione vitale. Se vengo punito da un adulto significativo mi attivo per produrre un cambiamento o per stare nella sfida: oggi si produce il ripiegamento sul nichilismo e sul non sentirsi adeguati, e in questo disagio non si trova l’adulto significativo, quello che secondo Pietropolli Charmet è quello che mi aiuta ad uccidere il bambino interiore e mi permette di innamorarmi del mondo adulto del quale dovrò far parte. Senza avere un rinforzo positivo scatta una spinta a non voler crescere, una sindrome di Peter Pan senza però gli accenti fiabeschi e poetici che la sindrome possedeva nel passato.

Hannah Arendet sosteneva che se vogliamo progredire occorre passare all’adultità, ovvero alla presa di responsabilità nei confronti dei propri atteggiamenti: un giovane che beve e si mette alla guida è deprecabile ma comprensibile se bere lo spinge a superare la propria dimensione di sofferenza e non trova altra soluzione rispetto a quella di stordirsi. Occorre una società che trova un meccanismo di contenimento di questo atteggiamento per impedire o attenuare la possibilità che accada, perché se questo atteggiamento è tenuto da un adulto si avvia un cortocircuito terrificante.

Ma l’etica della responsabilità diffusa attualmente è prevalentemente normativa e non di senso: oggi un lavoratore è considerato responsabile se rispetta le norme e si impegna nel lavoro, ma se il mio lavoro produce morte o peggioramento sociale devo svolgerlo ugualmente? Oggi il lavoratore è deresponsabilizzato: è importante solo seguire la norma.

Di fronte a questa incongruenza i giovani si rifugiano in una silenziosa inquietudine e trovano assurdo il richiamo alla responsabilità di un mondo adulto incoerente, inaffidabile e freddo, che pone richieste formali e asettiche, incapaci di generare la spinta erotica al vivere e al sapere. 




 

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