Il Tirreno

Dosi di filosofia

Dare più importanza a una vetrina rotta piuttosto che ai bambini uccisi a Gaza

di Lamberto Giannini
Dare più importanza a una vetrina rotta piuttosto che ai bambini uccisi a Gaza

Vedere i giovani che stanno perdendo la speranza e la volontà di poter cambiare il futuro perché si sentono schiacciati è un orrore che pagheremo caro

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Lamberto Giannini, insegnante e direttore della compagnia Mayor Von Frinzius, è il protagonista di una nuova rubrica settimanale dedicata ai giovani e non solo: “Dosi di filosofia”. 


La storia umana è ricca di fratture; con questa espressione ci si riferisce al fatto che un sistema va in crisi e ne subentra un altro che mette in discussione il sistema precedente. Questa dinamica rientra nel normale flusso della storia: per Hegel alla base della società occidentale si pone la lotta a morte tra servo e padrone, una dinamica ciclica in cui si parte dal presupposto che ci sia la necessità di momenti di frattura perché la storia progredisca verso lo spirito assoluto.

Invece secondo Marx la ragione della frattura era il collasso economico, cioè il fatto che un sistema economicamente non reggeva più, per cui il cambiamento inizialmente viene portato avanti dalla stessa classe che vede nella trasformazione una maggior efficacia del sistema produttivo.

In questa ottica si è passati da un sistema di schiavitù a un sistema di servilismo, ma la rottura epocale è stata propriamente quella della Rivoluzione francese, quando una classe sociale, la borghesia, collocata a metà tra aristocrazia e proletariato, ha rovesciato l’Ancien regime. Da questo evento è scaturito il periodo delle rivoluzioni: i moti rivoluzionari del ‘20-21, del ‘30-31, i moti del ‘48, fino ad arrivare, agli inizi del Novecento, alla Rivoluzione russa.

Proprio la rivoluzione leninista ha spaventato la borghesia perché, dal trovarsi in una posizione dominante e dall’essere l’artefice del processo rivoluzionario, ha cominciato a temere il concetto stesso di rivoluzione che poteva mettere in dubbio il suo primato. Ne deriva una rottura generazionale, tanto che dopo la Seconda guerra mondiale nasce una nuova categoria sociale, i giovani.

Ovviamente i giovani sono sempre esistiti come categoria umana, però nelle società arcaiche era velocissimo il passaggio dall'infanzia all'età adulta: a 14, 15 anni si sposavano e avevano una vita propria.

Oggi, invece, c’è una fase di limbo tra la fine degli studi e l'inizio della vita adulta, ma anche nel passaggio dagli studi liceali a quelli universitari, in cui l’individuo cerca una propria collocazione nel mondo sentendosi non più bambino ma non ancora adulto. E la tendenza a ribellarsi è naturale.

I giovani del Sessantotto hanno creato una frattura del sistema non solo culturale e sociale ma anche politica, adottando una modalità di azione talvolta violenta, ma spesso molto creativa e comunque rivolta alla messa in discussione del sistema valoriale percepito come antiquato e obsoleto. Con il movimento del 1977 e nel 1989 con la Pantera, e poi con il nuovo millennio, si è diffuso il nichilismo, che ha generato quasi una impossibilità di rovesciamento del sistema perché insinua nella mente dei giovani che le cose che non ci piacciono bisogna accettarle rassegnandoci al fatto che siano così.

I giovani sono stati silenziosi per molto tempo, hanno subìto un sistema sociale ed economico che, da parte sua, ha cercato anche di mantenere un contenimento formale, di mostrare un interesse ipocrita verso le nuove generazioni, di far finta di ascoltare le loro proteste senza prenderle davvero sul serio. Ora il sistema, che sta forse andando verso il collasso, non riesce a reggere le proteste dei giovani e risponde in modo violento, perché è il sistema stesso ad aver superato il limite etico del non uccidere.

Si potrebbe obiettare che sia la guerra a uccidere: ma la guerra ha sempre provocato morti. Ora, però, si tratta di un nuovo tipo di guerra, quella contro gli inermi. Basti pensare all'uccisione dei bambini a Gaza. Mentre i russi non sembrano avere alcuna intenzione di finire quello che sarà un massacro, gli ucraini hanno un governo che, anziché difenderli, va a prendere i giovani casa per casa e li costringe ad andare al fronte, senza alcun tipo di preparazione. Vedere in televisione o sui social le scene che stiamo vedendo è letteralmente il superamento di un limite etico.

E questa forse è stata la spinta emotiva, e i giovani si sono ribellati nuovamente. E questa ribellione è una ribellione simile a quella mostrata in molte altre ribellioni da parte dei giovani ma è diversa nella reazione, perché è stata subito osteggiata dal sistema che si è così rivelato nel suo essere fintamente riformista. L’idea è un po’ questa: protestate, ma come vogliamo noi.

Certo, sarebbe bello che non venissero rotte le vetrine, che non ci fossero manifestazioni di violenza fine a se stessa, però sarebbe anche molto bello non vedere le forze dell'ordine che manganellano molto spesso senza alcun motivo. Perché ci sono le violenze? Perché quando si è giovani la spinta ad agire in modo impulsivo è molto intensa, perché si pensa di essere dalla parte della ragione, perché qualcuno che sfrutta il momento per generare vantaggi al sistema facendo degenerare le rivolte sicuramente c'è.

Quindi l’interpretazione di ciò che sta accadendo deve essere complessa e non semplificata, però mi sembra veramente che oggi l'attenzione venga posta soltanto sulle violenze, con quella dizione insopportabile, condanna senza se e senza ma, trascurando il fatto che la vita è sempre piena di se e di ma così come è piena di condizionamenti. Quindi per ora fortunatamente non c’è scappato il morto, speriamo di non vederlo; si tratta di violenze deprecabili ma bisogna capirne le ragioni. Capire non significa giustificare: da pedagogista ritengo però che questa ribellione sia un tocca sana, che ci voleva. Ovviamente sarebbe preferibile che questa avvenisse senza violenze, però il fatto che un sistema dia più importanza a una vetrina rotta piuttosto che ai bambini uccisi a Gaza la dice lunga su come questi giovani abbiano delle ragioni che rivendicano con modalità che possono trovarmi d'accordo o non d'accordo, non è questo l'importante, ma che esistono.

E che esprimano tutto il proprio dissenso nei confronti del principio di autorità che, secondo la Scuola di Francoforte, la borghesia ha costruito basandosi su una visione strumentale della ragione, ma soprattutto contro la logica del dominio della società occidentale secondo cui io sono più forte di te culturalmente, militarmente, ho più strumenti per accedere al discorso pubblico e conseguentemente ho il diritto di schiacciarti.

Vedere i giovani che stanno perdendo la speranza e la volontà di poter cambiare il futuro perché si sentono schiacciati è un orrore che pagheremo caro; siamo noi a mettere questi giovani con le spalle al muro, facendoli sentire criminali semplicemente perché urlano e manifestano la loro rabbia. Siamo noi che abbiamo rubato loro il futuro. Quindi non rischiamo di non sottolineare l'importanza di questa voce giovanile che torna a urlare la propria rabbia, perché se non la ascoltiamo rischiamo di perdere una generazione.

Non dimenticando poi che è cominciata anche una rivoluzione non giovanile, che si sta unendo ai giovani, che è la rivoluzione nel Meridione, avvenuta in modo sobrio perché non c'è stato il coraggio della repressione, ma una realtà, anch’essa, da portare immediatamente a un tavolo di contrattazione e risoluzione.





 

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