Il Tirreno

L’intervista

Con Gabbriellini ne “La Città dei Vivi”: Venezia, le parole di Mastandrea e il mare di Livorno - «Racconto l’umanità dentro l’orrore»

di Federico Lazzotti
Con Gabbriellini ne “La Città dei Vivi”: Venezia, le parole di Mastandrea e il mare di Livorno - «Racconto l’umanità dentro l’orrore»

La pellicola del regista tratta dal libro di Nicola Lagioia sull'omicidio di Luca Varani presentata al Festival del Cinema: «Fino al'ultimo ho temuto che si rompesse l'aria condizonata, invece è andato tutto bene»

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO L’Ovosodo che non andava «né su né giù», è lontanissimo, digerito dal tempo, dentro a trent’anni trascorsi nel cinema: attore, regista sceneggiatore. Edoardo Gabbriellini, 51 anni compiuti a luglio, è appena tornato nella sua Livorno dopo aver presentato al festival di Venezia il nuovo film, “La Città dei Vivi” in concorso nella sezione Orizzonti e dal primo ottobre nelle sale.

Il film è liberamente ispirato all’omonimo libro di Nicola Lagioia sulla tragica morte di Luca Varani, il giovane ucciso a Roma nel 2016 in modo brutale da Manuel Foffo e Marco Prato, ma va oltre la cronaca e cerca di raccontare il ragazzo, spostando il punto di vista, come ha spiegato il regista: «Abbiamo cercato di dare dignità a Luca, di fare un film che fosse come un racconto di formazione interrotto da un destino tragico. Non possiamo non camminare in prossimità di quell’orrore ma abbiamo tentato di raccontare un ragazzo che affronta una stagione della vita tra inciampi e slanci e si ritrova in quell’appartamento e abbiamo delegato Foffo e Prato a due elementi del destino: il pubblico saprà dove va a finire quel ragazzo ma abbiamo voluto concentrarci sul prima».

Gabbriellini, 1.400 persone in sala per la prima, gente rimasta fuori dall’Arsenale, la presenza dei suoi genitori. L’aveva sognata così?

«Come può immaginare più che sognata, l’avevo sperata così. Nei giorni precedenti ho pensato che la sala potesse essere mezza vuota, poi quando mi hanno detto che era sold out, ho temuto che si rompesse l’aria condizionata a metà proiezione e il pubblico fuggisse via. Insomma fino alla fine ho pensato che qualcosa potesse andare storto».

E invece?

«La sala era bella fresca, piena di gente. Una folla che ha partecipato benissimo, accogliendo il film con calore. È stata una grande emozione».

Il film racconta una delle storie di cronaca nera più cruente degli ultimi anni. Non a caso nel trailer si legge: «Tratto da una storia inspiegabilmente vera». Dove la realtà sembra tratta da un libro...

«Credo sia il motivo per cui mi sono interessato alla storia. Anche perché non trovo nessuna forma morbosa verso la cronaca nera. È leggendo il libro di Nicola (Lagioia ndr) che ho percepito la prossimità all’orrore con il quale conviviamo quotidianamente pensando, forse sperando o illudendoci, di esserne esautorati. Invece il male ce l’hai lì. E quell’orrore non arriva da un mondo altro, lontano. Il male va a braccetto della presunta normalità nella quale viviamo».

Eppure il film parla soprattutto di chi resta. Sembra un controsenso.

«Dopo la complessità della scrittura del libro e in maniera diversa nel podcast, eravamo chiamati doverosamente a dare un altro punto di vista, a guardare anche alla vittima prima che diventasse notizia. Dunque al ragazzo Luca Varani. Questa è stata la progettualità del film. L’aspetto che mi ha fatto piacere è che in una intervista Nicola abbia detto che il film è il capitolo mancante del libro».

Come è cambiata la sua visione della storia in questi anni?

«Ripeto: non amo la cronaca nera, perché quello che fa è speculazione, sciacallaggio. Impacchetta con definizioni premature ogni evento, anche i più complessi. È una specie di corsa alla definizione giusta. Crea il mostro perché è una cosa che tranquillizza, come se chi ha commesso il male non fosse della tua razza. Ma non è così. Quando avvenne il delitto mi colpì, ma non sono stato un avido lettore, non ho mai indagato. Ho preso la prima parte, la superficie. Stimando Nicola come scrittore, ho letto il libro e mi sono concesso di andare a guardare qualcosa di questo baratro. E c’è stata un’illuminazione.

Valerio Mastandrea, che interpreta il padre di Luca Varani, sul Venerdì ha scritto: “Dentro a questa pellicola c’è l’anima degli uomini”.

«Mi prendo questo pensiero generoso da parte di un amico e compagno di avventure come una grande lusinga. Difficile commentare oltre. Anche perché Valerio è una persona critica, in primis con le cose che fa lui».

Da vero amico, però, si è anche lamentato del fatto che sono vent’anni che mangia a casa sua senza portare niente. È vero?

«Verissimo. Ma sia chiaro (sorride ndr): non ci penso nemmeno a portare qualcosa da oggi . Tanto sarebbe la solita storia: quello non lo mangio, quell’altro nemmeno. Con il mio metodo di non portare nulla non commetto errori».

C’è un po’ di Toscana nel film.

«Sì, oltre a me ci sono altri due livornesi: Paolo Ciriello che firma le foto di scena e la truccatrice Alessia Iacino».

Il cinema è un mondo complicato, in 30 anni di carriera ha mai pensato di fare altro, di abbandonare il sogno?

«Mai, anche se è sempre difficile stare in un ambiente in cui le visioni radicali sono guardate con circospezione. E poi ho il mio carattere».

Ha un caratteraccio?

«Diciamo che fare le cose con grande passione porta struggimenti».

Ultima cosa: per il futuro ha già un progetto?

«Ancora no, sono di Livorno: una cosa per volta. È settembre, fa ancora caldo. Per ora la mattina mi metto le ciabatte, prendo l’asciugamano e vado dal mio amico Massi al barrino vicino alla spiaggia dell’Accademia». 
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Politica: il caso

L’ossicombustore di Peccioli spacca il campo largo in Toscana: Giani, la grande assente e la giravolta a… 5 Stelle

di Libero Red Dolce
Turismo: le nostre guide