Il Tirreno

L’intervista

La scienza del piacere, Francesca Campani a Pisa: «La storia aiuta a capire la sessualità contemporanea»

di Libero Red Dolce
La scienza del piacere, Francesca Campani a Pisa: «La storia aiuta a capire la sessualità contemporanea»

L’incontro alla Domus Mazziniana e il dialogo sulla storia della sessualità

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PISA. La sessualità come oggetto di scienza, il piacere come esperienza umana e non soltanto come questione morale, l’Italia postunitaria come laboratorio di una modernità ancora in costruzione. Nel suo ultimo libro, “La scienza del piacere”, la ricercatrice dell’Università di Padova Francesca Campani — formatasi all’Università di Pisa — rilegge la figura di Paolo Mantegazza e mostra come, nell’Ottocento, si sia costruito un nuovo sapere sul desiderio umano. Temi che saranno al centro dell’incontro in programma lunedì 18 maggio alle 17.30 alla Domus Mazziniana di Pisa, nell’ambito del ciclo Lungo Ottocento, promosso dal Comitato pisano per la storia del Risorgimento e dell’età delle Rivoluzioni: Campani dialogherà con Enrica Asquer, docente dell’Università di Genova, e con Alberto Mario Banti, storico dell’Università di Pisa, mentre a coordinare sarà Alessio Petrizzo dell’Università di Padova. In vista dell’appuntamento, abbiamo parlato con l’autrice del volume del rapporto tra storia, sessualità e costruzione del sapere scientifico.

Nel suo libro mostra come la sessualità diventi, nell’Italia dell’Ottocento, un vero oggetto di sapere scientifico. Quanto pesa, in questo processo, il contesto dell’Italia post-unitaria e l’idea di costruire una società “moderna”?

«Diciamo che se nell’Ottocento la sessualità divenne oggetto di sapere scientifico in tutto l’Occidente, certamente questo processo assunse un significato particolare nel contesto dell’Italia postunitaria. Gli studiosi che iniziarono a indagare i comportamenti sessuali, infatti, lo fecero per contribuire a creare una nazione prospera, di individui sani e forti, ma allo stesso tempo, come nel caso di Mantegazza, c’era anche un’attenzione al benessere erotico-sentimentale delle persone, comprese le donne».

Il suo libro viene spesso scambiato per un testo di sessuologia, mentre è un lavoro di storia della sessualità e della scienza. Come spiega questa ricezione “equivoca”?

«Certamente la sessualità è un tema che suscita grande curiosità nei lettori, ma purtroppo ancora troppo poco nella sua dimensione storica. Che questo libro venga spesso scambiato per un testo di sessuologia mi fa sorridere, ma spero che, nel mio piccolo, ciò contribuisca a diffondere l’idea che la storia sia una lente fondamentale per comprendere appieno il significato che la sessualità ha nella società contemporanea».

Che cosa significa oggi studiare la storia della sessualità? E a che punto sono in Italia gli studi storici su questi temi rispetto al panorama internazionale?

«Purtroppo, in Italia la storia della sessualità è una disciplina ancora troppo poco frequentata a livello accademico. Qualcosa sta cambiando negli ultimi anni: non solo la creazione del mese della storia LGBT+, che cade ad aprile, ha senza dubbio rappresentato un momento di svolta, ma anche la pubblicazione di Queer. Una storia culturale (Einaudi, 2021) da parte di Maya De Leo, ricercatrice qui a Pisa, ha aperto nuove prospettive e suscitato l’interesse di moltissime persone facendo ben sperare per gli anni a venire».

Nel libro utilizza fonti molto diverse — testi scientifici, manuali matrimoniali, scritti antropologici. Quali si sono rivelate più utili o sorprendenti nella ricerca su Mantegazza?

«Senza dubbio le fonti materiali. Mantegazza, infatti, possedeva una collezione di oggetti che a suo parere erano in grado di descrivere scientificamente la sessualità umana. Si tratta di una collezione unica nel suo genere, tra le primissime testimonianze dell’utilizzo di oggetti da parte di uno scienziato per creare sapere sulla sessualità umana, una prospettiva di ricerca nuova, su cui proseguirò la mia indagine storica nei prossimi anni».

Nel suo lavoro emerge un Mantegazza attento al piacere come esperienza umana, non solo come oggetto di controllo morale o medico. Quanto era originale questa prospettiva nell’Italia dell’Ottocento?

«In realtà è una prospettiva meno originale di quanto si possa pensare. Ciò che emerge dalla ricerca condotta per questo libro è che, se nella medicina colta ottocentesca molti sostenevano l’idea che una “normale” sessualità femminile non dovesse includere il piacere, per la medicina popolare non c’erano dubbi: non solo era ritenuto legittimo che uomini e donne provassero piacere nei rapporti sessuali, ma tale esperienza veniva anche considerata, per molti aspetti, necessaria sia alla fecondazione che alla creazione di un forte legame di coppia».

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