Economia
Moana Pozzi Vita, sogni e pensieri della pornostar “santa” e peccatrice
Il sociologo Pippo Russo ha analizzato il rapporto con il suo tempo: «A differenza delle sue colleghe, veniva invitata ai talk show in cui le era riconosciuto uno spessore intellettuale»
«La gente vive male la propria sessualità. La vera perversione è la routine, l’abbrutimento nel lavoro quotidiano. La pornografia invece esalta il lato oscuro del desiderio. Il sesso è anche nero, contorto, corrosivo; non è sempre una cosa solare, gioiosa. A me piace l’oscenità; mi annoia invece la volgarità, che è cattivo gusto e basta. L’osceno è il sublime».
È così che Moana Pozzi, pornostar degli anni ’80 e ’90, si esprimeva su temi che, all’epoca, erano un tabù. Sarà proprio questa sua capacità di approcciarsi «all’osceno» senza alcuna vergogna, ma allo stesso tempo senza mai degenerare nel volgare, a renderla tanto santa quanto peccatrice, come sottolinea il titolo del libro “Moana Pozzi. La santa peccatrice”. A scrivere il saggio Pippo Russo, giornalista e docente di Sociologia all’Università di Firenze, col quale, a meno di un mese dall’anniversario della nascita della pornodiva (27 aprile 1961), che è morta a soli 33 anni nel ’94, percorriamo la storia, l’anima e l’eredità che Moana ha lasciato nel mondo a luci rosse e non solo.
Cosa l’ha spinta a scrivere un libro su Moana presentandolo con un titolo così contrastante?
«Mi ha ispirato senz’altro l’ammirazione che provo per questa figura, ma anche la piena consapevolezza di ciò che Moana ha rappresentato per la cultura italiana, sia nella sua epoca che in quelle successive, lasciandoci un’eredità straordinaria. Questo per via di un’ambivalenza unica nel suo genere, che racchiude l’essenza di questa “santa peccatrice”. Infatti, sebbene facesse una professione così legata all’idea di peccato, Moana emanava un fascino, quasi mistico, che aveva qualcosa di sacro. Paradossalmente incuteva un senso di rispetto, di legittimità sociale, che nessun’altra pornostar è mai riuscita a trasmettere».
A cosa è dovuta questa peculiarità?
«Penso che derivi dalla personalità di Moana. Un carattere che l’ha portata a vivere con un suo spessore e un suo carisma, rendendola così un’artista del sesso. Un’essenza che riusciva a trasmettere in modo così naturale da essere colta immediatamente dal pubblico».
Cosa distingue una pornostar da un’artista del sesso?
«La differenza sta nel fatto che Moana ha portato nel quotidiano il suo ruolo, rivendicando pubblicamente l’uso del sesso come forma di espressione non solo nel porno. Lei non faceva solo performance sessuali sullo schermo, ma rappresentava una certa idea della femminilità liberata proprio attraverso il sesso. L’artista del sesso fa sì che il porno non venga visto come un mestiere peccaminoso, ma ne rivendica la legittimità sociale. Per questo motivo, attraverso la “santa peccatrice”, il porno è passato dall’underground all’overground. Un cambiamento che nessuna delle colleghe di Moana è mai riuscita a fare».
A proposito di cambiamento, lei, nella descrizione del cartellone pubblicitario che ritrae Moana in veste di pornodiva, ha scritto: “Che ne sia consapevole o no. Il suo è un manifesto fondativo d’una controcultura”. Quali sono, a suo avviso, i passaggi più importanti e incisivi che ha avuto l’artista del sesso in questa rivoluzione culturale?
«Partirei dalla sua presenza nelle città con questi mega cartelloni pubblicitari, visto che fu una cosa dirompente: nessuna pornostar aveva mai partecipato a un’operazione pubblicitaria così audace. In seguito, Moana fu socialmente accettata come figura del porno. Non per nulla, a differenza delle sue colleghe, veniva invitata ai talk show in cui le era riconosciuto uno spessore intellettuale».
Descrive gli anni dell’epifania di Moana, dal 1986 al 1994, come “otto anni che ci hanno cambiato in profondità rendendoci esattamente come siamo adesso: incompiuti, smarriti, incattiviti senza sapere perché né contro chi”. Cosa l’ha portata a una conclusione così dura?
«L’aver osservato attentamente i tempi in cui Moana stava vivendo la sua epifania. Infatti, fu lei stessa, con la sua immagine e il suo corpo, ad affrontare un primo rigurgito di censura. Mi riferisco a quando venne censurata la trasmissione “Matrjoska”, in cui la “santa peccatrice” si presentava senza veli. Dinamiche che l’hanno resa una missionaria della libertà sessuale e di autodeterminazione. Purtroppo, ad oggi, viviamo un ritorno intensificato di quei valori moralistici, più che morali. Una pressione che ci ha incattiviti, perché ci costringe a lottare per diritti conquistati in precedenza, come il diritto all’aborto. Moana ci ha lasciato prima di questa deriva, risparmiandosi così questo inquietante regresso».
Perché c’è stata questa deriva moralista anziché morale?
«Penso che sia stata una reazione proprio a quella ventata di libertà, vista come un eccesso, una forza minacciosa e non più controllabile dalle parti più conservatrici della nostra società».
Ma cosa ci fa una ragazza così bella nel mondo del porno? È una domanda che riporta nel libro e che mi spinge a chiederle: in che modo Moana ha cambiato il rapporto tra bellezza e morale?
«Sicuramente l’artista del sesso ha legittimato un’idea di bellezza esibita anche in modo esplicito, sfidando la morale corrente. Ha fatto la sua battaglia affermando i suoi valori. È questo che l’ha resa un’icona di bellezza, diventando un simbolo di femminilità in bilico tra il sacro e il profano».
Possiamo consentire a una forma espressiva chiamata pornografia d’avere una rilevanza culturale? Questa è un’altra domanda che riporta nel libro e che le giro.
«La pornografia è una forma d’arte, di espressione della corporeità e di liberazione, quindi una cosa di cui non si deve avere alcun pregiudizio».
Nell’ultimo capitolo del suo libro “Sipario”, ha scritto: “Tutto ciò che è accaduto dopo non fa parte di queste pagine. Non può”. Perché ha deciso di non esporsi sulla scomparsa di Moana?
«Sulla sua morte si sono fatte troppe speculazioni. A me interessava scrivere solo della figura di Moana quando era in vita e dell’eredità che ci ha lasciato».
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