In Toscana un paese che fa scappare i preti: in 12 se ne sono già andati. E l'ultimo saluta così: «Sarete contenti»
L'annuncio di don Michele dall'altare: «Presto me ne andrò». Poi la precisazione: «Quanto detto è stato lo sfogo di un momento, legato alla stanchezza»
BATIGNANO (GROSSETO). C’è chi lo dice senza mezzi termini, evocando numeri. «Batignano è il paese da cui i preti scappano. Negli anni se ne sono andati via già 12!». Un concetto che rimbalza di bocca in bocca tra gli abitanti del borgo – pur senza conferme ufficiali da parte della Diocesi sui numeri – e che torna con forza per ciò che è successo la sera del Sabato santo nella chiesa di San Martino vescovo, piena di fedeli.
Siamo a Batignano, paese di 700 anime nel comune di Grosseto. È qui che don Michele Lamberti, parroco da 5 anni, la sera prima di Pasqua rompe il silenzio e sorprende tutti. Nell’incipit dell’omelia parla della resurrezione di Gesù e della speranza che si accende nei cuori dei cristiani, poi però senza preavviso gela i presenti: «Sei mesi fa ho chiesto di dare le dimissioni da parroco di Batignano. Il vescovo (Bernardino Giordano, ndr) ancora non le ha firmate: si spera che lo faccia presto. Ho bisogno la mattina di svegliarmi sereno, essere tranquillo. Finalmente quando sarò andato via sarete contenti», dice alludendo a una frattura in paese.
Dopo lo sfogo il parroco porta a termine il rito, ma tra i fedeli serpeggiano sorpresa e sconcerto. «In molti di noi è sceso il gelo – racconta uno di loro – anche perché don Michele non ne aveva mai parlato prima, si era tenuto tutto dentro. Forse quella cosa gli covava dentro da tempo e alla fine è esplosa, a qualcuno veniva da piangere».
Ma che cosa succede davvero? Secondo i racconti in paese, Batignano sarebbe oggi una comunità “polarizzata”: da una parte c’è chi apprezza don Michele (e sono tantissimi), dall’altra c’è una frangia critica. Una divisione che a detta dei paesani non è nuova nella storia recente del borgo, anzi. «Negli ultimi anni sono andati via 12 preti!». Su questo la Diocesi (contattata da Il Tirreno) non conferma i numeri e parla di avvicendamenti fisiologici nelle parrocchie dei paesi, ma per i batignanesi la convinzione è così forte da alimentare una narrazione radicata, che coinvolge anche l’ultimo arrivato.
Don Michele, classe 1969, bresciano, ordinato a Grosseto nel 2005. Prima prete ad Arcille, ha poi scelto Batignano anche per la vicinanza a Nomadelfia, comunità a cui è legatissimo. Viene descritto come persona semplice, riservata, amante delle passeggiate e della vita concreta più che delle formalità; uno che visita i malati nelle case, che ama mangiare una pizza in compagnia, che magari in omelia preferisce un linguaggio diretto a uno più cerimonioso. Ed è forse è qui, secondo i suoi sostenitori (i quali assicurano essere la maggioranza), che si anniderebbe la spaccatura. «Ci sono persone che non condividono il suo modo di gestire la chiesa e di celebrare – raccontano alcuni batignanesi – e non lo ritengono adatto».
Una tensione che avrebbe minato le certezze del parroco fino alla richiesta di dimissioni. Sul perché succeda questo (oggi e in passato) possiamo azzardare qualche interpretazione. Nei piccoli paesi la parrocchia non è solo un luogo di culto, ma anche uno spazio sociale e identitario dove il parroco è spesso associato a una figura pubblica a tutto tondo e non solo spirituale; il che amplifica giudizi, simpatie e antipatie non solo su come celebra la messa ma anche su aspetti normali del quotidiano («C’è chi guarda con chi parla, se va a farsi una passeggiata»). Forse, in un contesto così, ogni cambiamento può essere percepito come una “rottura”; chissà. Sta di fatto che un gruppo di cittadini, mortificato, lancia un appello al vescovo: chiede se possa venire in paese per la festa della Madonna delle grazie, a fine mese, e dare un segnale su quale scelta voglia prendere col parroco.
Intanto Il Tirreno si è rivolto alla Diocesi ed è arrivata la posizione di don Michele, che senza smentire l’omelia parla di uno sfogo momentaneo. «Quanto espresso è stato il frutto dello sfogo di un momento, legato a quella stanchezza che può colpire chiunque svolga un servizio impegnativo», dice ricordando che anche i sacerdoti non sono esenti da sentimenti umani. «Sono sinceramente rammaricato per l’eco che le mie parole hanno generato, non era mia intenzione creare turbamento». E chiarisce che da mesi è in corso un dialogo con il vescovo: «A fronte della mia disponibilità a lasciare l’incarico, stiamo valutando insieme il percorso più opportuno. La Chiesa non è fatta di “pedine” ma di persone», dice passando al legame chiave con la comunità che non vuol essere messo in discussione. «In questi anni ho sempre cercato di mettere al centro l’annuncio del Vangelo. Le parole di amarezza sono state un episodio isolato, bilanciato dalle tante attestazioni di affetto ricevute». Resta da capire cosa succederà: se questo “momento” potrà ricomporsi o se anche questa storia finirà per allungare la “presunta lista dei 12” e alimentare la convinzione degli abitanti, quella di un paese dove i preti prima o poi se ne vanno.
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