Il Tirreno

L'intervista

Paolo Crepet in Toscana: «La scuola è morta, troppo conservatrice». E sui genitori: «Sono rimbecilliti»

di Sabrina Carollo

	Paolo Crepet
Paolo Crepet

Lo psichiatra e sociologo riprende gli incontri in teatro sul disagio delle famiglie. Sul digitale avverte: «I divieti sono utili ma non bastano, bisogna proporre ai ragazzi come impiegare in modo utile per la loro crescita quell’enorme quantità di tempo che sprecano sui social»

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«Cerco la gentilezza, ma nella franchezza». Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, medico, scrittore, torna sui palchi toscani - questa volta al teatro Goldoni di Livorno il 14 aprile - con "Il reato di pensare", lo spettacolo-conversazione con cui riflette sullo stato di salute delle famiglie, della nostra società e della libertà, quella vera.

Crepet come stanno andando gli spettacoli?

«Stanno andando bene, perché il mondo sta andando alla rovescia. Sono ormai decenni che denuncio una serie di problemi che ora sono realtà: ho parlato del pericolo della violenza giovanile già 30 anni fa, nel 2009 ci ho anche scritto un libro, "Sfamiglia. Vademecum per un genitore che non si vuole rassegnare". Non c’è niente che mi sorprenda tanto; quello che non era prevedibile all’epoca è questo cambiamento radicale nelle nostre relazioni, nelle nostre capacità intellettive, perché stiamo decrescendo a vista d’occhio. In tanti mi diranno che sono vecchio e non capisco, ma i dati sono terrificanti: una ricerca recente in Norvegia ha dimostrato l’incapacità dei giovani di leggere persino i sottotitoli di un film. Certo, lì c’è un governo serio e hanno preso provvedimenti».

La tecnologia limita l’apprendimento?

«Non è che cambia tutto perché togli dalle scuole medie il telefonino o l’iPad, ma in questo modo permetti un altro tipo di apprendimento. Il modo di imparare, il cervello non sono diversi da quando la Montessori ha fatto le sue proposte educative. Il cervello del bambino si esprime con il disegno, o con la scrittura in corsivo, della cui importanza ho parlato milioni di volte. Eppure tutto questo è stato praticamente cancellato dalla tecnologia. Che poi siamo schietti, dietro tutto questo ci sono i miliardi. Non delle buone idee, quanto piuttosto il business di gente assetata di miliardi, incredibilmente aggressivi nel loro voler perseguire questo obiettivo e a cui nessuno contesta, salvo rari casi, quanti effetti collaterali questo tipo di modalità comportino».

In diversi Paesi hanno stabilito limiti di accesso alla tecnologia e ai social per i minorenni.

«I divieti sono utili ma non bastano. Bisogna sostituire ciò che è pericoloso con altro, proporre ai ragazzi come impiegare quell’enorme quantità di tempo che sprecano sui social in modo utile per la loro crescita. Altrimenti diventano matti! A scuola per esempio inserirei la danza, due volte a settimana, in modo da prestare attenzione al corpo. Non lo sport che è competitivo, ma la creatività del ballo. O ancora il mimo, oppure inviterei i ragazzi a leggere qualcosa che hanno scritto. O anche solo raccontare una storia, davanti a tutti, diventare insomma protagonisti della propria vita. Certo questo implica una certa fatica, diventa necessario rassicurare dirigenti, genitori. Ma la scuola è morta. È cambiato tutto il mondo e la scuola è sempre quella, è paurosamente conservatrice».

I recenti casi di violenza estrema degli adolescenti allarmano.

«Il 14 aprile esce il mio nuovo libro dal titolo "Riprendersi l’anima", pubblicato da Feltrinelli. C’è un capitolo in cui racconto cosa è accaduto a due giornalisti che sono andati a piazza Santa Croce a Firenze alle tre di notte per documentare quello che succede: tredicenni ubriachi, armati di coltelli. Ma la cosa ancora più sorprendente è che, dopo aver parlato con loro sul giro di pusher in piazza, proprio sotto gli occhi di Dante (la statua, ndr), poco distante hanno incrociato un affollamento di automobili dei genitori di quei ragazzi, che li aspettavano pazientemente, a notte fonda, per riaccompagnarli a casa. Una situazione al limite della schizofrenia».

Cosa sta succedendo ai genitori di oggi?

«Sono dei rimbecilliti, non sanno dire di no. Finire in coma etilico a tredici anni è un insulto all’intelligenza. È come se fossimo pavidi, incapaci di reagire. Mi sembra surreale. Ai genitori andrebbero poste due domande: pensi che questo sia un buon inizio di vita per tuo figlio, o ti stai solo adeguando a quello che fanno tutti? E poi, soprattutto: visto che concedi ai tuoi figli queste stupide libertà (perché queste sono stupide, non autentiche libertà) pensi che siano più felici? Perché se qualcuno lo pensa davvero, abbiamo vissuto due vite diverse».

Di solito l’Italia è divisa tra nord e sud. Questi atteggiamenti genitoriali sono diffusi in tutta la penisola o ci sono differenze?

«Sono diffusi in tutto il mondo. Qualche giorno fa ho visto un signore asiatico che nel supermercato cercava la frutta e la verdura con il telefonino. Era talmente terrorizzato dagli altri esseri umani che piuttosto che chiedere ha cercato sul telefono. Siamo isolati, come i cavi elettrici, per non saltare in aria, tutti schermati dietro la tecnologia. O ci mettiamo a governare il problema, ma con sincerità, senza subire pressioni dalle lobby, o non ne usciamo. Il mondo della politica ha ignorato la sentenza contro Meta e Google, riconosciute responsabili di negligenza e di aver creato dipendenza e danni psicologici ai giovani. Possibile che nessuno riesca ad occuparsi d’altro che di come va il referendum? Quante altre distrazioni saranno necessarie prima di affrontare il grande problema di oggi?».

Che risposta ha dal pubblico?

«Credo che in tanti gradiscano non tanto la condivisione delle opinioni quanto la libertà con cui le esprimo. Poi c’è lo sconcerto quando si ritrovano nel profilo che faccio di questi genitori oppressivi che accompagnano i figli a scuola e allo stesso tempo li lasciano troppo liberi la sera».

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