Il Tirreno

La ricostruzione

Dall'autopsia su Giulio Cesare al medico legale nelle fiction: il patologo tra segreti e leggende – Quel caso risolto 500 anni dopo

di Luigi Papi *
Dall'autopsia su Giulio Cesare al medico legale nelle fiction: il patologo tra segreti e leggende – Quel caso risolto 500 anni dopo

L’esame sul cadavere del primo imperatore romano rivelò che solo una coltellata fu letale. E c’è un cold case del 1478 che è stato risolto soltanto cinquecento anni dopo

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Dalla fiction alla realtà storica: le origini della medicina legale. Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria spettacolarizzazione della medicina legale, soprattutto ad opera di produzioni cinematografiche e serie televisive, nelle quali il (quasi sempre infallibile) patologo forense riesce, grazie a tecnologie sofisticatissime, a risolvere rapidamente i più complessi enigmi dall’esame del cadavere.

Ma se lasciamo da parte la fiction e facciamo un salto indietro di otto secoli, lo scenario cambia radicalmente. Lì, in una stanza angusta, illuminata appena da una candela o, nei casi più fortunati, da una finestra, ci attende un ambiente ben diverso: un tavolo di pietra, un secchio d’acqua e un medico che lavora a mani nude, con strumenti rudimentali e con un unico supporto, quello dei propri sensi: vista, tatto, olfatto, talvolta persino il gusto (era così che si diagnosticava, ad esempio, il diabete: il sapore dolciastro dell’urina rivelava la presenza di zuccheri e quindi la malattia). Prima del Medioevo le dissezioni di cadaveri avvenivano molto raramente. Sappiamo che ad Alessandria, nel III secolo a.C., il medico Erofilo praticò dissezioni su cadaveri a fini di studio anatomico (una vena del cervello porta ancora il suo nome) — e addirittura vivisezioni su prigionieri destinati alla pena capitale, secondo le inquietanti testimonianze di Celso.

Dell’epoca romana, invece, ci è giunta testimonianza dell’esame del cadavere di Giulio Cesare. Fu il medico Antistio a stabilire che, delle ventitré pugnalate, una sola, al torace, era stata letale.

Ma è nel Medioevo che l’autopsia trova davvero un ruolo centrale come strumento di indagine clinica e giudiziaria. Nonostante un diffuso pregiudizio storiografico, la Chiesa non ne proibì la pratica: la famosa bolla papale Detestande feritatis di Bonifacio VIII (l’arcinemico di Dante) edita nel 1299 non condannava, come a torto ritenuto, le dissezioni anatomiche, bensì l’usanza di smembrare i cadaveri dei nobili caduti in battaglia per riportarne le ossa in patria per consentire degna sepoltura. La prima autopsia eseguita a scopo diagnostico di cui si abbia notizia fu praticata in Italia nel 1286. In quell’anno nella zona padana si diffuse una misteriosa e letale malattia che causò la morte di alcune persone e una morìa di galline. Un anonimo medico cremonese fu incaricato di indagare l’origine di questo male e questi, eseguendo l’autopsia degli uccelli e del cadavere di un uomo, trovò una «vescichetta sul cuore». Oggi possiamo ragionevolmente ritenere che si sia trattato di un ascesso cardiaco causato da una letale infezione batterica.

Se Cremona fu teatro della prima autopsia clinica, Bologna diventò la culla di quelle giudiziarie. Gli Statuti comunali bolognesi del tredicesimo secolo stabilivano che, in caso di omicidio, due o più medici, incaricati dallo iudex potestatis ad maleficia, dovessero esaminare il corpo della vittima per stabilire il numero delle ferite mortali. Un dettaglio non da poco: a quell’epoca, il numero delle ferite considerate letali corrispondeva al massimo numero di colpevoli che si potevano perseguire per quel delitto. Gli Statuti stabilivano espressamente che i periti dovessero essere scelti a sorte tra i «più esperti e degni uomini nelle scienze della chirurgia e della medicina», dovessero avere più di 40 anni e possedere beni per un valore di almeno 100 lire di Bolognini, in modo da non essere suscettibili di corruzione. Uno dei casi giudiziari bolognesi più celebri di quel tempo riguarda la morte di Azzolino degli Onesti, avvenuta il 23 febbraio 1302. Il giudice, sospettando un avvelenamento da parte della moglie, affidò l’indagine a un collegio di ben cinque periti. Dopo l’autopsia i medici esclusero la presenza di veleno e rilevarono invece che la vena cava inferiore era completamente ostruita da una «grande aggregazione di sangue», (probabilmente una trombosi venosa) che fu ritenuta la causa del decesso perché impediva la diffusione dello «spirito e del calore vitale» in tutto il corpo. Non stupisce che Bologna sia anche la città dell’illustre medico Mondino de’ Liuzzi, autore dell’Anothomia (1316), il manuale che per almeno due secoli avrebbe guidato gli studenti di medicina nello studio dell’anatomia e della dissezione del cadavere.

A Mondino è legata la figura misteriosa di Alessandra Ziliani da Persiceto, sua fantomatica collaboratrice, alla quale fu attribuita la capacità di realizzare incredibili preparati anatomici dei vasi sanguigni iniettandovi un fluido sconosciuto la cui composizione chimica ancora oggi resta un enigma.

Le dissezioni medievali non erano sempre legate a indagini mediche o giudiziarie. A volte servivano ad imbalsamare corpi di papi, nobili o religiosi in odore di santità. Tra gli episodi più sorprendenti figura quello di Chiara di Montefalco, badessa di un piccolo monastero umbro, morta il 17 agosto 1308. Si narra che, nonostante il caldo torrido di quell’estate, il suo corpo rimase integro sprigionando un gradevole profumo per cinque giorni, senza che fosse stata praticata alcuna tecnica conservativa. Quando le consorelle, intenzionate a imbalsamarla, aprirono il suo cuore, rimasero attonite: la carne sembrava aver formato straordinari segni di santità: una croce con l’immagine di Cristo crocifisso, la corona di spine, la verga, la spugna e piccoli chiodi.

Rimanendo in ambito religioso, uno degli episodi più agghiaccianti dell’epoca medievale si consumò a Roma con il cosiddetto “Sinodo del cadavere”. Su istigazione della regina carolingia Ageltrude, papa Stefano VI ordinò la riesumazione del corpo del suo predecessore, papa Formoso, per sottoporlo a un processo postumo con l’accusa di usurpazione del papato e violazione delle norme ecclesiastiche. Il cadavere, ormai in avanzata decomposizione e tenuto insieme da corde, fu rivestito dei paramenti papali e posto sul trono pontificio e dopo la scontata sentenza di condanna venne spogliato delle vesti sacre, gli furono amputate le tre dita della mano destra con cui impartiva la benedizione e infine fu trascinato per le vie di Roma prima di essere gettato nel Tevere. La leggenda vuole che tre giorni dopo un monaco lo abbia ritrovato, guidato dall’apparizione dello stesso Formoso.

Un altro misterioso episodio a carattere religioso è il famoso “Miracolo del cuore dell’avaro”, attribuito a Sant'Antonio e raffigurato da un grandioso bassorilievo in bronzo realizzato da Donatello, posto sull’altare maggiore della Basilica del Santo a Padova. Durante le esequie di un usuraio Sant’Antonio dichiarò che la sua anima era dannata all'inferno e che il suo cadavere era privo di cuore, proferendo la frase: «Dov'è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore». I parenti dell’uomo, offesi da queste parole, chiamarono un chirurgo per dimostrare la falsità dell'accusa ma quando questi aprì il torace del cadavere, in effetti, vide che mancava il cuore che, secondo la leggenda, fu ritrovato dagli stessi parenti all’interno della cassaforte, in mezzo alle monete.

E non mancano neppure dei veri e proprio cold case medievali. Una delle vicende più note e misteriose si svolse a Trento nei giorni di Pasqua dell’anno 1478 e riguarda la tragica morte del piccolo Simone, un bambino di appena due anni scomparso durante la funzione del Venerdì Santo (24 marzo). Il suo corpo fu ritrovato due giorni dopo nel fossato della cantina della casa di Samuele, il capo della comunità ebraica locale. Per questo i sospetti, fondati anche sull’esito del referto dell’autopsia ove si stabiliva che il piccolo era stato torturato e ucciso, ricaddero subito sugli ebrei. Il podestà riteneva che il bambino fosse stato brutalmente ucciso nel corso di un omicidio rituale per utilizzare il suo sangue cristiano nella preparazione del pane azzimo. Inizialmente i prigionieri proclamarono la propria innocenza, ma dopo lunghe e crudeli torture finirono per autoaccusarsi. La sentenza fu terribile: alcuni vennero condannati al supplizio della ruota, altri alla decapitazione, mentre la pena più atroce fu inflitta allo stesso Samuele, che fu trascinato al patibolo su un carro, straziato con tenaglie incandescenti e infine arso vivo sul rogo.

Curiosamente, una delle prove ritenute decisive per condannare gli imputati fu un fenomeno che oggi appare come pura superstizione, ma al quale fu attribuito notevole valore indiziario sino al diciassettesimo secolo, noto come “cruentatio cadaveris” od anche “La voce del sangue”. All’epoca si riteneva infatti che quando il corpo della vittima era posto al cospetto dei presunti carnefici, il sangue cominciasse a sgorgare dalle ferite e ciò era ritenuto sufficiente per giustificare la tortura, pratica che spesso portava i sospettati a confessare crimini mai commessi pur di sottrarsi al terribile supplizio.

Da quel processo nacque il culto del Simonino, circondato da racconti di miracoli. Il corpo del bambino, nonostante l’avanzata decomposizione, rimase esposto per mesi nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, alimentando la devozione popolare. Solo nel 1965, dopo una revisione storica che scagionò definitivamente la comunità ebraica, un decreto papale mise fine al culto e dispose la sepoltura delle spoglie.

Oggi la scienza mette a disposizione strumenti e tecnologie di straordinaria precisione, in grado di orientare con sicurezza il lavoro degli investigatori e dei medici legali. Eppure, la lezione più preziosa che ci giunge dai nostri predecessori resta intatta: la capacità di osservare pazientemente e con rigore scientifico ciò che il cadavere, più o meno apertamente, ci può raccontare.l

* Medico legale

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