Il Tirreno

L’intervista

Paolo Crepet: «Servirebbe un nuovo Galileo». Sui giovani: «Vi racconto chi sono gli influencer»

di Barbara Antoni

	Paolo Crepet
Paolo Crepet

L’analisi del mondo, dei giovani e dei sentimenti: «Le emozioni non sono più di moda ma è quello che il pubblico cerca»

28 giugno 2024
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Le emozioni sono il sale della vita, «ma non sono più di moda», taglia corto Paolo Crepet. Risoluto, tranchant, incalzante: lo psichiatra, sociologo e saggista, oltre che apprezzato opinionista, affonda nell’animo umano come un grimaldello. Lo agita, lo sconquassa, andando ad appagare un desiderio latente di confronto, con la sua interpretazione della vita e della società fuori dal perimetro del pensiero corrente. È appena uscito col nuovo libro, “Mordere il cielo”, stesso titolo del nuovo tour di conferenze spettacolo che toccherà molte località toscane: l’apertura è in programma il 10 luglio in piazza Duomo a Pistoia, serata organizzata da Leg.

Dottor Crepet, perché dobbiamo “mordere il cielo”?

«Un titolo che credo si capisca. A furia di mordere la terra ci ritroviamo senza più spiritualità, vicinanza, non ci piace più l’anima, l’empatia. Il mio è un libro che si occupa, come le mie parole in pubblico, di sottolineare questa preoccupazione. Non so di chi sia la colpa se le emozioni non sono più di moda: siamo tutti complici di questo declino relazionale e chi lo nega, bara. Perché è visibile a chiunque, dai bambini ai nonni: tutti dovrebbero condividere la preoccupazione, dai bimbi che non giocano più ai genitori che non li fanno giocare, ai nonni che non possono più raccontare le fiabe».

Di questo passo dove potremmo arrivare?

«È una tappa del tutto evidente: il peggio sta per venire: il futuro dell’umanità è attraversato da tinte fosche. Ormai, rischi che ti dicano che non l’hai scritto tu ma l’intelligenza artificiale. Perché l’intelligenza artificiale c’è già: non è una profezia pessimistica di un vecchio babbione».

Decine di migliaia di persone leggono i suoi libri, vengono ad assistere ai suoi spettacoli: cosa cercano, soprattutto?

«La gente cerca la “Titina”, ricorda la vecchia canzone toscana? “La cerca e non la trova”, diceva il ritornello: la “Titina” è la bellezza, l’amore, era il desiderio che ora però non c’è più; l’abbiamo bombardato, e ci teniamo un mondo desiderante».

E lei?

«Io vado contro. Vendo decine di migliaia di libri, ho incontrato decine di migliaia di persone con i miei spettacoli. Se fai il pienone al teatro Verdi di Firenze, non è un caso, ma la manifestazione di una necessità: la soluzione però dobbiamo trovarla noi. Vogliamo cambiare le sorti che qualcuno ha tratteggiato per noi. L’intelligenza artificiale, lo ribadisco, è già nei nostri telefonini. Ed è così, non esistono telefonini che ne sono privi».

Ma se io so che il telefonino ha l’intelligenza artificiale lo posso gestire, e può essermi utile.

«Tutto si può capovolgere. Nel Cinquecento pensavano che il mondo finisse alle Colonne d’Ercole e poi è stata scoperta l’America. Oggi avremmo bisogno di un nuovo Galileo Galilei, di persone che rischiano con le proprie opinioni. Sennò vince l’intelligenza artificiale e noi diventeremo stupidi: è nel contratto che abbiamo firmato».

Cosa si può fare per arginare questo declino?

«Capendo come l’intelligenza artificiale funziona, la potremmo gestire e anche fregare. Ma, mi creda, è un pensiero che abbiamo in tre. Gli altri preferiscono utilizzarla senza saperlo: così saremo più efficienti nella nostra deficienza. E dire che invece, in passato, ogni famiglia aveva il suo erudito, o la sua erudita a cui chiedere consiglio, a cui rivolgersi per avere una buona indicazione».

Invece oggi?

«Abbiamo gli influencer. Chi è un influencer? Un imbecille, che avendo pochi neuroni li spalma, come si fa con la marmellata».

È molto diretto: è così anche agli spettacoli?

«Non ho mica paura a raccontarlo, io parlo un’unica lingua. La gente è libera di venire allo spettacolo e di dire come la pensa».

Perché ha deciso di fare un nuovo tour di spettacoli? Che differenza ci sarà con quelli dello scorso anno?

«Ogni anno che passa porta qualcosa di nuovo e diverso. L’anno scorso dicevo che l’intelligenza artificiale era agli albori, suscitando interesse e paura. Ora anche la cronaca è tutta diversa: c’era una guerra, ora ce ne sono due. Viviamo in un mondo che ha perso gradi di libertà, in alcuni paesi anche in modo imbarazzante. Stiamo facendo un passo indietro, anche nella cultura si vuole stare nelle categorie: e questo un po’ mi fa ridere, un po’ mi allarma».

I giovani, dottor Crepet, dei quali lei parla sempre molto, come vivono il mondo di oggi?

«I ragazzi sono messi malissimo. Ci sono alcune eccezioni, certo: magari c’è una ragazza che parte per andare a studiare alla Sorbona. Ma è una, la maggior parte non ci pensa proprio».

Perché i ragazzi possono anche uccidere? Le cronache riportano spesso, purtroppo, fatti di questo genere.

«Il mio nuovo libro parla anche di questo. Lasciamo stare da dove vengono, chi sono: tutti sono uguali, cittadini del mondo. Ma noi stiamo partorendo questo, ragazzi che uccidono. Sa perché?».

Perché?

«Se ad essere ammazzato è un nonno, è sicuramente per soldi. Per la mia esperienza è così: il nipote uccide il nonno perché ha smesso di elargirgli il soldino. Sembra che l’eredità sia diventata un diritto: è orrendo. Abbiamo una generazione di giovani seduta in attesa di un’eredità: lo spettacolo più triste che potremmo immaginare».

Cos’è la vita per questi ragazzi?

«È l’attesa del denaro che cade, come la manna. Anche se nessuno ha capito il significato biblico della manna: che è la fine del mondo, soddisfa l’umanità ma dopo non c’è nulla».

Ci sono anche molti uomini che ammazzano le donne. Perché?

«Perché le donne sono troppo generose. Anche lì il problema è la radice educativa. Se il primo comandamento, per una donna, fosse di essere autonoma, l’amore non le darebbe dipendenza. Ami un uomo e basta, non perché ti serve per andare in vacanza. Invece le ragazzine non vedono l’ora di trovarsi lo pseudo miliardario. Il fatto è che abbiamo sbagliato la prospettiva, siamo tornati a vivere giorno per giorno e a sottovalutare il medio e lungo termine».

E l’amore?

«“L’amore è un lucchetto”: si intitola così un capitolo del mio nuovo libro. Abbiamo celebrato il lucchetto, ricorda? Attaccandone a migliaia ai ponti e buttandone via le chiavi: se butto via le chiavi significa che “tu sei di mia proprietà”. Il lucchetto lo metti alla stalla. Il possesso è la nascita della violenza. Se non lo capisci, poi sottovaluti perché sei geolocalizzata. Ma ad alcune perfino garba esserlo: significa “io appartengo”. Uh, che brivido. Ma anche lì le cose sono complicate».

In che senso?

«Il cinquanta per cento delle canzoni rock parlano di possesso: “you are my baby”».

I suoi spettacoli sono molto forti, d’impatto. Quali riscontri ha?

«Molti mi scrivono, sono disperati; chiedono aiuto e mi ringraziano. Poi ci sono i mondani, che ringraziano per la serata meravigliosa che hanno passato. E i cattivi, che mi criticano: “Lei mi sta sulle palle”, mi dicono. A chi mi scrive così, rispondo “Lei invece mi sta simpatico, perché è sincero”».

I pubblici sono tutti uguali?

«Sì. Da Lecce a Udine. Il mio pubblico è prevalentemente femminile, diciamo all’ottantacinque per cento sono donne e ragazze. E faccio sempre sold out, l’ho fatto anche mentre era in corso la partita Italia-Spagna. E dire che sono serate che costano e neanche poco, con tutto quello che richiede mettere in piedi uno spettacolo».

Forse il pubblico spende volentieri perché trova qualcosa di cui sente necessità.

«La gente cerca qualcosa di dissonante, di fuori dal coro, qualcosa che non ci si aspetta. La gente cerca qualcosa che la sconvolga, perché vorrebbe che il mondo cambiasse».

Quindi ogni spettacolo è unico?

«Sì».l

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