Il Tirreno

L’intervista

Guccini presenta le “Canzoni da osteria” e una “Bella Ciao” internazionale per le donne iraniane

di Luca Trambusti
Guccini presenta le “Canzoni da osteria” e una “Bella Ciao” internazionale per le donne iraniane

Dopo dieci anni dalla sua ultima uscita e la relativa chiusura della carriera tra il 2022 e il 2023 arrivano due uscite

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MILANO. È novembre 2022 quando a sorpresa Francesco Guccini torna a pubblicare dischi, dopo dieci anni dalla sua ultima uscita e la relativa chiusura della carriera.

“Canzoni da intorto” non era un disco di nuove composizioni ma una raccolta di brani che hanno segnato la formazione musicale di Guccini, canzoni con radici nel tempo.

A un anno di distanza dal ritorno arriva il “volume secondo” di quel disco, dal titolo “Canzoni da osteria”, brani che hanno riempito le nottate in quei locali bolognesi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Arricchite da preziosi e ben riusciti arrangiamenti (curati da Fabio Ilacqua) nelle 14 canzoni popolari si combinano tra loro diverse lingue: spagnolo, bolognese, inglese, greco, farsi e anche ebraico. Idiomi che si potevano sentire nei locali dove queste canzoni venivano cantate.

Il disco si apre con una particolare rilettura di “Bella ciao”.

«Ho scelto “Bella ciao” perché è diventata internazionale e le donne iraniane, che la cantano in italiano, ne fanno una canzone simbolo di protesta contro la teocrazia iraniana. L’ho voluta dedicare a loro e per questo ho anche cambiato una parola: “invasore” con “oppressore” perché lì non hanno un invasore ma un oppressore. Nella canzone c’è una parte in farsi. Tosca ne ha fatta un’intera versione in questa lingua, ma per me è troppo difficile e allora ho cantato una sola strofa».

Cosa hanno rappresentato le osterie?

«Si favoleggia che io sia un grande conoscitore di tutte le osterie di Bologna, ma non è vero, ne avrò conosciute tre. Erano dei posti tristi, pieni di vecchietti, che peraltro erano più giovani della mia età attuale, semi alcolizzati che sonnecchiavano davanti ai vini. Noi eravamo lì a divertirci con la chitarra e le ragazze mentre i vecchietti erano contenti di avere la gioventù intorno. C’erano molti stranieri, studenti universitari e ognuno portava le sue canzoni, anche nella propria lingua».

Divertimento ma quindi niente politica?

«Molto poca. Più che altro protesta verso la guerra del Vietnam e poi negli anni ’70 i diritti civili come l’aborto e il divorzio. Ma nessun legame con la protesta nelle fabbriche o nelle piazze. L’ambiente però era di sinistra, quelli di destra o i fighetti andavano nei Whiskey a Go-Go».

“21 aprile” può essere una canzone politica, ispirata al golpe dei colonnelli greci. Qual è la musica che oggi le piace?

«Non ne ascolto più, ho un giradischi ma faccio fatica ad alzarmi e mettere un vinile e la musica in radio è trasmessa in maniera curiosa. Le produzioni moderne non le conosco, il 90 per cento delle canzoni che ho in testa le ho imparate da bambino, ricordo che la prima volta che ho cantato: avevo 4 anni, ricompensato dagli americani con cioccolato. Poi ho scoperto che era un brano di Bing Crosby del ’44. Non sopporto le ignobili composizioni di musica leggera del dopoguerra. Le canzoni devono avere del realismo, parlare della vita della gente, popolate di personaggi veri, non come “Una casetta in Canadà”».

Nel disco una canzone è cantata in ebraico. Non teme questa scelta?

«Ho selezionato “Hava nagila” ben prima di questa guerra. Era un brano che riempiva le serate all’Osteria delle Dame e dopo che mi ha telefonato l’amico israeliano con cui la cantavo per ricordare quelle occasioni ho deciso di riprenderla. Quella in corso è un’atroce guerra, ma io non ho mai approfondito la questione. Degli amici, dottori di Medici Senza Frontiere, mi raccontavano dell’occupazione in Palestina. Poi ascolto i talk show dove si scontrano le tifoserie dimenticando chi c’è in mezzo: le vittime. L’amico Staino ha disegnato una tavola meravigliosa ispirata dalla mia “Il vecchio e il bambino” che finisce con i due protagonisti visti di spalle che vanno verso un mondo migliore. Sergio li aveva disegnati in questa immagine, con la bandiera israeliana sul vecchio e quella palestinese sul bambino. La speranza di un’amicizia tra i due popoli si può sempre avere».


 

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