Il Tirreno

L'intervista

Staminali, Parkinson, intelligenza artificiale. La prof-senatrice: «Ai no vax dico che la scienza non è un juke box. Ecco perché la ricerca ci salverà»

di Federico Lazzotti
Staminali, Parkinson, intelligenza artificiale. La prof-senatrice: «Ai no vax dico che la scienza non è  un juke box. Ecco perché la ricerca ci salverà»

Elena Cattaneo, 61 anni, luminare della biologia a livello mondiale è stata ospite all'Università di Pisa: «Ogni volta che abbiamo reagito con metodo e analisi ci sono stati progressi. Il mio luogo del cuore? Dove ho incontrato mio marito»

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Elena Cattaneo, 61 anni, professoressa, ricercatrice e senatrice a vita, per molti è la Hack della farmacologia, una luminare a livello mondiale per quello che riguarda la biologia e l’uso delle cellule staminali, in particolare nella cura delle malattie neurodegenerative come il Parkinson.
Dell’astrofisica fiorentina che ha cambiato il rapporto di molti con le stelle e l’universo mondo, ha il medesimo sguardo curioso, una riflessività veloce da far invidia a un pilota di Formula Uno e una fiducia sconfinata nel metodo scientifico. «L’unico – dice – che in momenti problematici come quelli che stiamo vivendo ci può salvare».

Per raccontarlo una volta ancora, Elena Cattaneo ha scelto l’Università di Pisa, città di Galileo e delle eccellenze, ospite della rassegna “Sguardi nel futuro”, iniziativa di orientamento e alta formazione dell’ateneo che mette in contatto le giovani menti di domani con importanti esponenti del mondo della ricerca scientifica e tecnologica, dell’industria e dell’economia, e delle scienze sociali.

Nell’aula magna al primo piano del polo didattico Carmignani, in piazza dei Cavalieri, ad aspettarla ci sono un centinaio di studenti. A fare gli onori di casa il rettore Riccardo Zucchi.

Professoressa Cattaneo, la sua conferenza si intitola “L’avventura della conoscenza: la ricerca è fiducia nel futuro”. Eppure negli ultimi tre anni abbiamo avuto la pandemia, due guerre e ondate di maltempo che hanno seminato morte e distruzione in mezzo mondo. C’è davvero da essere fiduciosi?

«Certo, ancora di più quando siamo di fronte a problemi e situazioni inaspettate e inattese. La scienza è l’unico strumento per affrontare l’ignoto e i problemi con le armi pacifiche del metodo: analizzare la realtà, scomporla in parti e portare ogni elemento davanti alla prova sperimentale per cercare la conferma per un sì o un no e quindi, di conseguenza, prendere una decisione. E questo sistema è determinate ancora di più nei momenti problematici. Ad esempio lo è stato con i vaccini contro un virus comparso per la prima volta nel mondo solamente dodici mesi prima».

Siamo a Pisa dove oltre all’Ateneo che ospita la conferenza ci sono due eccellenze come la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna. Perché è necessario credere nella ricerca oggi?

«Perché non abbiamo alternativa. La storia dell’uomo ci dimostra che ogni volta che abbiamo reagito con metodo e studio ci sono stati progressi. Negli ultimi 150 anni l’aspettativa di vita dell’uomo è triplicata. Pensiamo alla malaria, un secolo fa si cercava la soluzione attraverso il calendario lunare. Al contrario le aule universitarie come questa obbligano alla pubblicazione dei fatti affinché siano verificati da migliaia di occhi in tutto il mondo. Questo procedimento di indagine si palesa poi davanti agli occhi di tutti. Ed è l’aspetto più straordinario che la scienza consegna alla società. Eccolo l’elemento che deve darci fiducia: attraverso il metodo vengono creati pezzi di nuova conoscenza. E vengono assimilati quando ottengono il consenso da parte degli scienziati».

Eppure la percezione è che la cultura antiscientifica stia crescendo, l’esempio è il movimento no vax, come se la spiega?

«Io spero che sia una errata percezione. In realtà quando ci si è trovati nell’emergenza sanitaria ci si è rivolti proprio agli scienziati chiedendo quello che non si doveva chiedere: una richiesta che arrivava senza metodo.

Come se la scienza fosse un juke box, dove inserisci una moneta, ascolti la musica e poi stacchi la spina quando la musica non è quella desiderata».

Lei che da un vita studia i segreti delle cellule legate alla mente umana e alle sue zone d’ombro, cosa pensa dell’intelligenza artificiale?

«Essere scienziato non comporta sapere tutto. Diciamo che vedo l’intelligenza artificiale come un grande campo che dobbiamo analizzare».

L’utilizzo della cellule staminali sta aumentando, quale sarà la prossima frontiera del loro utilizzo?

«Direi che l’Italia in questo campo vanta un percorso straordinario. È stato il primo Paese a ottenere l’autorizzazione a un farmaco a base di cellule staminali fatto a Modena e Reggio Emilia. Ahimè, è anche il Paese di Stamina. L’Italia vanta luminari ma anche l’abisso di dieci anni fa».

E per quanto riguarda le malattie neurodegenerative?

«L’obiettivo è utilizzare le cellule staminali per ricostruire i circuiti cerebrali danneggiati, come nel Parkinson. Questo significa creare condizioni per sperare di poter dare una vita migliore a tante persone».

Lei è una donna realizzata nel lavoro che ha saputo costruire una famiglia (ha due figlie, ndr): quanto è stato ed è difficile tenere tutto insieme? In Italia si parla di sostegno alle famiglie ma spesso le donne sono costrette a licenziarsi.

«Servono due cose: una complicità totale a livello familiare che è difficile ma bellissima, e sul piano sociale servono politiche di welfare che non lascino indietro nessuno: perdere il 50 percento delle persone non è culturalmente e politicamente saggio».

Lei è stata nominata dall’allora presidente Napolitano senatrice a vita nel 2013. La riforma costituzionale proposta dal centrodestra le piace?

«Credo sia presto per dare un giudizio, prima bisognerà leggere i testi. Una volta studiato cercherò di dare un contributo».

Sembra che uno dei punti sia togliere i senatori a vita, cosa ne pensa?

«Considerazioni da fare dopo aver visto la proposta che sarà licenziata».

Il suo primo ricordo?

«Le dico il più bello: mio padre che dal balcone mi dice che era nato mio fratello. Avevo dodici anni».

Quando ha capito che avrebbe fatto la ricercatrice?

«Un passo dopo l’altro. Con momenti di attrazione».

Boston, la Svezia, Milano, la provincia di Bergamo. Qual è il suo posto del cuore?

«In un paesino sul lago di Como dove ho conosciuto mio marito. Si chiama Limonta, una frazione di Oliveto Lario».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

 

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