Il Tirreno

L’intervista

Francesco Bruni, creatore di storie e regista: «Ovosodo mi ha aperto un mondo incantato»

di Claudio Marmugi
Francesco Bruni
Francesco Bruni

A Livorno ha incontrato Paolo Virzì e insieme sono diventati due pilastri del cinema italiano contemporaneo. La nostra intervista

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LIVORNO. Francesco Bruni è “livornese”. Nato a Roma, cresciuto a Milano, ha passato gli anni dell’adolescenza e della formazione a Livorno. Qui, ha incontrato Paolo Virzì e insieme sono diventati due pilastri del cinema italiano contemporaneo. Dal 1994, hanno scritto insieme “La bella vita”, “Ferie d’agosto” (e il suo seguito, girato quest’anno, “Un altro ferragosto”), “Ovosodo”, “My Name is Tanino”, “N”, “Tutta la vita davanti”, “La prima cosa bella”, “Tutti i santi giorni” e “Il capitale umano”. Bruni, in televisione, ha firmato anche tutte le sceneggiature della fortunatissima serie del Commissario Montalbano con Luca Zingaretti.

Dal 2011 è anche regista e ha diretto “Scialla!”, Noi 4”, “Tutto quello che vuoi”, “Cosa sarà” (girato in parte anche a Livorno), nonché la miglior serie italiana del 2022, “Tutto chiede salvezza”, prodotta da Netflix.

Bruni, cosa rappresenta per lei Livorno?

«Livorno è stata fondamentale per la mia crescita artistica. Può sembrare paradossale dirlo – Livorno non era all’epoca una delle piazze più culturalmente attive del nostro Paese – ma all’inizio degli anni Ottanta qui, in diversi, ci siamo “trovati”. Così, svariate persone che volevano fare certe cose in una città piccola, si sono catalizzate. Penso a Virzì, a Emanuele Barresi, a Giorgio Algranti e a mio fratello Alessandro. La dimensione contenuta di Livorno ha fatto sì che un ragazzo dell’Ardenza potesse incontrare un ragazzo delle Sorgenti su un fronte comune, che era poi quello del teatro».

La città è stata fondamentale anche nei vostri film?

«Livorno è stata letteralmente il lasciapassare con cui siamo andati a Roma. I nostri film erano un modo di raccontare Livorno ad un pubblico che non la conosceva. Alla fine, si è rivelato un vantaggio portare una realtà provinciale alla ribalta del pubblico nazionale. “Ovosodo” è diventato un film di culto, ancora venerato in tutta Italia a distanza di 26 anni».

Se lo aspettava?

«Credo che sia dovuto al fatto che, all’epoca, siamo stati molto coraggiosi (o “incoscienti”) a pensare di voler raccontare un mondo così particolare e di provincia, sperando fosse universale. E così è stato. Quel film è stato un faro per tutta una serie di registi che sono venuti dopo. Ce l’hanno detto in tanti: Gabriele Muccino, Roan Johnson, Ficarra e Picone. Credo che artisticamente sia stato un turning-point per il cinema italiano. Era un film molto libero, sia figurativamente che narrativamente. Ma commercialmente, fare un film con sconosciuti (a parte Nicoletta Braschi) poteva essere un vero suicidio».

Come è avvenuta la sua svolta verso la regia?

« E’ stata un’occasione presentatasi con “Scialla”. Ero convinto che la mia sceneggiatura l’avrebbe girata qualcun altro. E’ stato il produttore a dirmi: “Perché non lo dirigi tu?”. Mi sono messo alla prova e non sono più tornato indietro. Sono diventato, mio malgrado, un regista tout-court. Infatti non faccio quasi più lo sceneggiatore per altri. Tranne quando mi chiama un regista che ammiro come Paolo, che mi ha voluto con lui per scrivere il sequel di “Ferie d’agosto».

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Non è un mistero, stiamo preparando la seconda stagione di “Tutto chiede salvezza”. Inizieremo a girare fra qualche mese. La prima è andata molto bene. Siamo fiduciosi, siamo convinti di avere del materiale narrativo bello e, anche se non abbiamo più il libro a farci da guida, abbiamo lo stesso autore (Davide Mencarelli), la stessa sceneggiatrice (Daniela Gambaro), e ci sono tutti i personaggi della prima stagione, più altre new entry sorprendenti. Posso preannunciare inoltre che, dopo aver girato la seconda stagione di “TCS”, cercherò di tornare al cinema con un nuovo film».

Sa che la critica cinematografica parla di un “Bruni’s Touch?”

«Cerco di essere schietto. Nascendo come sceneggiatore sto molto attento al racconto e ai personaggi, e questo facilita la comunicazione col pubblico. Non faccio regia per mostrare virtuosismi. Cerco una narrazione che tenga appassioni – senza esagerare coi colpi di scena. Ho sempre fatto cose in cui credevo moltissimo. Ho rifiutato offerte di regia di progetti che non sentivo. Le avrei fatte al meglio, ma senza ispirazione».

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