Quelle stelle nel cielo estivo: Astronomia e ambiente con Andrea Ferrara e Tirreno Blu
Sul palco di Eliopoli Summer a Calambrone il nostro giornale incontra il cosmologo della Normale e di SuperQuark
Quante volte, durante le vacanze in una sera d’estate, ci siamo stesi sulla spiaggia e abbiamo guardato le stelle? È un’esperienza che abbiamo fatto praticamente tutti, generazione dopo generazione. Così come ci siamo posti la domanda su cosa sia quello spettacolo. E da questa semplice domanda tante altre, sempre più complesse sul rapporto tra l’uomo, lo spazio e la Natura. Questa sera (giovedì 27), sul palco di Eliopoli, alle 21,30 a Calambrone, “Tirreno Blu” porrà queste domande ad Andrea Ferrara, professore ordinario di Cosmologia alla Scuola Normale superiore di Pisa e volto noto al grande pubblico grazie alle sue partecipazioni televisive in particolare nella trasmissione SuperQuark. A lui chiederemo cosa vediamo, in realtà, quando alziamo gli occhi e ammiriamo le stelle del cielo estivo. «Di fatto vediamo una piccolissima parte dell’universo – spiega –. Ammiriamo solo la nostra galassia. Anzi, solo un piccolo conglomerato delle stelle che ne fanno parte. L’orizzonte è limitato dalla capacità dei nostri occhi: vediamo solo le stelle più luminose».
Così come noi guardiamo le stelle, c’è qualcun altro che potrebbe fare la stessa cosa in un altro pianeta?
«È molto probabile. Anzi, è quasi certo che ci sia vita in questo piccolo lembo di universo che possiamo ammirare a occhio nudo. Ogni stella è un sole al centro di un sistema di pianeti. Se intorno a ogni stella ruotano dieci pianeti, arriviamo a milioni e milioni di possibilità che ci sia un posto nell’universo dove vi siano condizioni simili a quelle della Terra. In più abbiamo già trovato presenze di acqua. E dove c’è acqua, c’è vita».
Quanto tempo occorrerà per passare dalla probabilità alla certezza che vi siano altre forme di vita nell’universo?
«Non manca molto. Ancora dieci o venti anni al massimo e saremo in grado di saperlo».
Una risposta a cui contribuite anche voi, alla Normale di Pisa, con le vostre ricerche. Su cosa vi state concentrando?
«Stiamo lavorando alle informazioni raccolte dal “James Webb space telescope”. È un telescopio spaziale per l'astronomia in orbita dal 25 dicembre del 2021. Da circa un anno ci sta permettendo di studiare dei dati spettacolari. Quello che vediamo, considerando la velocità della luce e le distanze, è quello che è successo 13 miliardi di anni fa. Stiamo, in pratica, scrivendo le pagine dell’archeologia dell’universo grazie all’analisi e all’interpretazione di quanto racconto dal telescopio».
Grazie a questi studi si apriranno le porte alla colonizzazione dello spazio?
«La colonizzazione di fatto è già cominciata, ma deve fare i conti tanto con la tecnologia quanto con le caratteristiche fisiche dell’essere umano. Al momento l’uomo è al punto in cui può essere. Viaggiare nello spazio è difficile per i rischi causati dall’impatto con gli asteroidi, ma non solo: è la nostra struttura biologica a rendere complessi, se non impossibili, i viaggi intergalattici. Per l’uomo è complesso persino arrivare a Marte. Un pianeta vicinissimo alla terra, tenendo conto delle distanze spaziali. Non penso che l’uomo possa spingersi oltre».
Quindi la scoperta dello spazio resterà un sogno?
«No. Se l’uomo non può spostarsi da una galassia all’altra, possiamo far viaggiare l’intelligenza. Possiamo smaterializzare quello che siamo. Se non possiamo far viaggiare i corpi, possiamo far viaggiare le informazioni».
Questo, però, apre una nuova frontiera tra uomo e tecnologia con enormi implicazioni.
«Implicazioni positive. Per capirle è utile fare un parallelo con lo studio dell’universo. L’uomo, quando guarda verso il cielo si è posto da sempre delle domande che, di fatto, sono rimaste senza risposta fino a un secolo fa. Questo perché la cosmologia era una scienza dormiente. A risvegliarla è stata proprio la tecnologia. Ossia grazie ai telescopi, prima a terra e poi direttamente nei satelliti. Oppure alle ricerche sulle fotocamere, che poi ritroviamo simili nei comuni telefonini. O ancora l’essere andati nello spazio e sulla luna, l’aver costruito computer sempre più potenti per l’analisi dei dati. La tecnologia è fondamentale per la scienza e per l’uomo».
Uomo che, però, è capace di inquinare anche lo spazio. Come è possibile?
«È un problema serio con cui dobbiamo fare i conti. Intorno alla Terra ruotano una miriade di satelliti che non sono solo destinati a diventare relitti spaziali. Sono fonte di inquinamento luminoso e generano tantissime onde radio. Non a caso si stanno intavolando delle discussioni con Elon Musk per le attività di SpaceX. I suoi satelliti permettono di usare internet veloce e il gps, ma sono sempre di più. Sta alla politica prendere una decisione».
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