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I bimbi di McCurry. Cento sguardi da tutto il mondo
Il grande fotografo in mostra a Firenze
Dove va il mondo? Non possono non essere gli ultimi arrivati, i più piccoli abitanti del pianeta, a darci dei segnali, a farci da guida e aprirci gli occhi. Non è tanto che i bambini ci guardano, quanto che i bambini ci insegnano, ci spiegano, ci accusano, ci scrutano silenziosi e ci ammoniscono con dolcezza.
La rivelazione sta in una carrellata di immagini, i cento scatti che costellano le pareti del Museo degli Innocenti di piazza Santissima Annunziata, a Firenze, dove si apre domani la mostra “Children” (bambini), un altro capitolo del formidabile viaggio far i confini della terra, condotto da Steve McCurry, novello Odisseo, nome cult, fra i protagonisti più acclamati e premiati della fotografia contemporanea.
La mostra mette in fila una sensazionale sequenza di immagini, tutte centrate sull’infanzia, scatti davvero bellissimi e magnetici, alcuni che per la prima volta arrivano in Europa, realizzati da McCurry in quasi cinquant’anni di attività.
Sono tableaux accesi di colori che pulsano ai quattro angoli del pianeta, scene di vita quotidiana, illuminate di gioia e spensieratezza, di esuberanza e di sfida, ma più spesso cosparse di dolore e sofferenza, di umiliazioni e sconfitte, una carrellata ambientale, antropologica, geografica, culturale e politica insieme, un fermo immagine che come pochi altri sa raccontare, attraversare e descrive lo spirito dei tempi.
McCurry vede, osserva, scruta e fotografa. Senza compiacimento, non usa il “coup de theatre”, non gioca con gli effetti speciali. Un’ottica semplice, umanitaria, spontanea, ricca di empatia, caratterizza le sue inquadrature, che sia l’India o l’Afganistan, il Kuwait o il Pakistan, la Birmania o lo Yemen, il Nepal o il Messico, il Libano o la Mauritania, le Filippine o la Cina, l’Africa, l’Asia, le Americhe e scorci d’Europa (anche l’Italia), la ricchezza e la povertà, la pace e la guerra, il lavoro e il riposo, lo sfruttamento e l’abbandono.
Gli sguardi che ci accolgono sorridono, scherzano, giocano, piangono, soffrono, respirano, danzano, resistono, solfeggiano la solitudine, brillano di speranze e si accasciano nel vuoto, sono arditi ribelli, pensierosi e inquieti, fieri e dignitosi, coraggiosi e interrogativi, anche ironici e avventurosi, ma che sempre guardano oltre, dardeggiano genuini di una consapevolezza e di una intensità che a noi non è dato sapere ma di cui McCurry intravede l’anima, la profondità, l’innocenza delusa, perduta e ritrovata. Lo stupore ci prende e non ci abbandona.
Sono sguardi che non si possono dimenticare, che entrano sotto pelle, non solo gli occhi incandescenti di Sharbat Gula, la bambina afgana impressa nell’84 da McCurry in un campo profughi in Pakistan, diventata icona e simbolo della condizione dei rifugiati nel mondo. Sono sguardi che abbracciano l’indicibile.
Seguiamo idealmente McCurry nei suoi viaggi, entrando in contatto con le etnie più lontane attraverso le condizioni sociali più disparate, mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali. Un viaggio ideale che consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo destinato a grandi cambiamenti.
I bambini immortalati dall’obiettivo di McCurry sono diversi per etnia, abiti e tradizioni ma esprimono lo stesso sentire con la loro inesauribile voglia di crescere, di oltrepassare le magli di una condizione minata da condizioni sociali e ambientali quando non dalla guerra. Grazie alla sua straordinaria capacità narrativa, ogni immagine è un vero e proprio capitolo di storia che diventa una finestra sulla vita dei soggetti catturati dall’obbiettivo.
La mostra curata da Biba Giacchetti con Melissa Camilli del team di SudEst57, resta aperta sino all’8 ottobre, tutti i giorni dalle 10 alle 19. Info e prenotazioni www.civita.art.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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