Massini va in scena: «Racconto Freud e scopro me stesso»
Debutta “L’interpretazione dei sogni”
Stefano Massini si interroga e ci interroga. Ritrova Sigmud Freud, suo cavallo di battaglia e ossessione suadente fin dal 2008, costellato di prestigiose occasioni pubbliche, laboratori a Brescia e Castiglioncello, compresa la tappa intermedia del romanzo uscito per Mondadori nel 2017 e tradotto in più lingue, prodromo alla acclamata messa in scena al Piccolo di Milano l’anno dopo, per la regia di Federico Tiezzi.
Massini ora ritrova il suo habitat di consumato affabulatore e ci consegna un nuovo Freud, preso di petto, più di pancia vorremmo dire, non più condiviso coi suoi pazienti ma rimesso in solitaria nell’abisso dei sogni, i nostri di spettatori, i suoi di Massini narratore e medium, quelli di Freud dispensatore di fobie, incubi e intuizioni che hanno redatto, rivoluzionandola, la mappa del Novecento. Un mulinello di energie, bagliori e sospiri, che si confondono e sovrappongo, una piattaforma dove Massini danza con felliniano stupore e fiabesca consapevolezza, fra pulsazioni e fratture che si aprono e chiudono come carta assorbente nelle pieghe della nostra esistenza.
Il nuovo lavoro di Stefano Massini, primo italiano ad aver vinto il Tony Awards, l’Oscar del teatro americano, per la sua “Leman Trilogy”, si chiama senza destare ambiguità tematiche o incertezze referenziali, “L’interpretazione dei sogni”, capitolato freudiano che dopo l’anteprima di Pontedera (in programma questi sabato e domenica) mercoledì 14 debutta ufficialmente in prima nazionale a Firenze, con repliche fino a domenica 18, sul palcoscenico della sala grande della Pergola, a vita nuova restituito dopo l’imponente piano di riqualificazione statica e sismica che ha comportato un investimento di oltre 2 milioni e mezzo di euro.
Prodotto da Teatro della Toscana, Stabile di Bolzano, Teatro di Roma in collaborazione col Piccolo di Milano (dove approderà nella prossima stagione) “L’interpretazione dei sogni” viaggia sulle scene di Marco Rossi, le luci di Alfredo Piras, le immagini di Walter Sardonini, fra le maschere e i costumi di Elena Bianchini, a loro volta arabescate e contaminate dalla partitura musicale composta da Enrico Fink, eseguita dal vivo da Rachele Innocenti al violino, Damiano Terzoni alle chitarre, Saverio Zacchei trombone e tastiere, con la voce in video di Luisa Cattaneo a fare da riverbero e dissolvenza.
«Attingendo ai diari, ai carteggi, compreso quello con Einstein, e alle pagine delle sue ricerche – spiega Massini – mi impossesso di un Freud più intimo e familiare, disposto a raccontarsi e in qualche misura a mettersi a nudo. Ma pur sempre capace, attraverso l’analisi di numerosi casi clinici, talora drammatici, talora perfino buffi e occasionali, di rivelarci qualcosa sulle leggi misteriose e splendide che sovrintendono alle nostre messinscene notturne. Sì, messinscene – prosegue Massini – Perché il sogno nella lettura di Freud ha un impianto profondamente teatrale, evidente fino da quel titolo originario del volume che alludeva a una vera e propria drammaturgia onirica».
Una drammaturgia che per Massini ha anche un valore pedagogico. «Una frase accompagna l’analisi freudiana – spiega – c’è qualcosa di terribile e al tempo stesso di splendido nell’attimo in cui decidi di guardarti dentro. Ecco allora che l’interpretazione di sogni prende una piega e una funzione maieutica, è una sorgente di insegnamento, un tutorial perché pretendiamo sempre attenzione dagli altri ma rifiutiamo di porgere ascolto alle tante voci che ronzano dentro di noi. La domanda fondamentale allora diventa: perché a 35 anni un medico specializzato nella cura dell’isteria si pone il problema dei sogni come espressione della parte oscura di ciascuno di noi. Del perché non ascoltiamo i sogni e li consideriamo inutili o paurosi. Ecco Freud ribalta tutto e ci dice che in fondo il vero incubo è la vita».
Come si sente Stefano Massini in questo turbillon, in questa condizione anche tecnica di essere al tempo stesso uno e trino? «In fondo – commenta – sono solo un narratore che racconta Freud in terza persona. Sono me stesso. Ho la stesa età in cui Freud pubblica l’interpretazione, corretta e ampliata, del suo libro più celebre, scoprendo qualcosa di più sulla propria vita interiore. Ecco mi sembrava il momento giusto per mettermi alla prova, e guardarmi veramente dentro fino ad esplorarne il valore e la funzione teatrale».
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