Il Tirreno

Firenze

Il Festival dei Popoli racconta il mondo in cento docufilm

di Gabriele Rizza
Il Festival dei Popoli racconta il mondo in cento docufilm

Le problematiche ambientali, i social, le nuove generazioni sono alcuni dei fili conduttori. Fra gli ospiti, i fratelli Dardenne con il loro nuovo lavoro, Paravel e Castaing-Taylor

3 MINUTI DI LETTURA





Riparte in grande stile la pluriennale avventura del Festival dei Popoli che da sabato prossimo fino al 13 novembre smista le sue incandescenti traiettorie, irradiandosi per Firenze dal cinema La Compagnia per coinvolgere nel suo itinerario altri spazi di riferimento, come l’Alfieri, le Murate, lo Stensen, la Mediateca, l’Istituto Francese.

Il cammino dei Popoli è da sempre una bussola e un termometro. Una stratificazione di immagini sparse sui vari continenti, coinvolgente e appassionante, e ovviamente anche un po’ dispersiva. Ma non potrebbe essere altrimenti, spingendosi la kermesse fiorentina, come è nel suo dna fin dalla nascita, oltre le frontiere della consuetudine, del visibile e dell’ordinario. Vetrina spalancata su un mondo che soffre anche di eccessiva visibilità, spesso approssimativa e gratuita. Lasciando da parte le fake news che abitano la rete delle comunicazioni, il contributo alla “conoscenza” offerto dai Popoli è riflessivo, ponderato, quanto sostanzioso e autorevole. Niente fughe in avanti a tutti i costi.

Tocca quota 63 il festival, anni di scoperte e intermittenze, dialoghi e esplorazioni, una lunga strada piena di esperienze, ricerche e fotogrammi che lo porta a interagire, intercettare e scovare frane e disagi che agitano l’universo contemporaneo, la sua fragilità, il suo edonismo sfacciato, la sua rincorsa verso un futuro inevitabilmente inconsapevole. Come sempre addentrarsi nel reticolo della programmazione è impresa vana. Trattandosi di una filza di oltre 100 titoli fra film e altre produzioni, disseminati nelle varie sezioni a cominciare dai due concorsi, l’Internazionale che ne contempla 18 e l’Italiano che ne mette insieme sette (tutti inediti). Utile comunque può essere marcare alcune boe. La sfida lanciata quest’anno dai Popoli dispiega un repertorio che solca le problematiche ambientali, i social, le nuove generazioni, incrocia il Belpaese vent’anni dopo il G8 di Genova fino alle lotte di oggi degli operai della Gkn di Campi Bisenzio, mentre si riaffaccia la selezione dell’archivio storico del festival, a cura di Alina Marazzi da cui emerge in nome di Annie Ernaux (recentissimo Nobel) nelle vesti di filmaker.

Dalla carriera di Sinead O’Connor letta da Katryn Ferguson in “Nothing Compares” si passa all’avanguardia estrema di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel (entrambi attesi a Firenze) fino a incrociare l’immaginifico spessore del cileno Patricio Guzman e di Werner Herzog, entrambi giunti al traguardo degli 80 anni. Spicca fra tante panoramiche l’omaggio ai fratelli Dardenne, estensori di un cinema indocile e meditativo, narrativamente etico e coerente, ospiti del festival che gli dedica una sostanziosa retrospettiva (ci sono anche i doc degli esordi) e la proiezione in anteprima per l’Italia del loro ultimo lavoro, “Tori e Lokita”, passato in concorso a Cannes, di prossima uscita anche nelle nostre sale.

I Popoli 63 decollano sabato alla Compagnia con il debutto di “Everything Will Change” di Marten Persiel, il documentario prodotto da Wim Wenders, che getta lo sguardo sulle criticità climatiche e ambientali che il pianeta terra sta attraversando, catapultandoci in un ipotetico 2054 alla ricerca di memorie e bellezze di un mondo irrimediabilmente perduto. Tutto su www.festivaldeipopoli.org.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino