Il Tirreno

L’opera

In scena La Rondine, capolavoro pieno di esperimenti

Ilaria Bonuccelli
In scena La Rondine, capolavoro pieno di esperimenti

Stasera a Torre del Lago con la regia di Krief. «Adoro questo Puccini moderno e innovatore»

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La definisce un capolavoro “ammalato” che non si stancherebbe mai di portare in scena. “Ammalato”per Denis Krief, regista, scenografo, uomo di teatro, non è un aggettivo negativo se riferito a La Rondine, forse l’opera più “contestata” di Giacomo Puccini, composta durante la prima guerra mondiale. Come antidoto alla Grande guerra.

“Ammalato”descrive un’opera sofferta nella composizione, piena di cancellature e ripensamenti, ma piena di esperimenti. E per questo seducente, spettacolare. Tanto che Krief accetta la sfida di portare in scena La Rondine nel 2017, anno del centenario, a Firenze, al Maggio Musicale nell’allestimento che stasera, alle 21,15, debutta a Torre del Lago, al Festival Puccini.

Sul podio per l’unica opera pucciniana pubblicata da Sonzogno (invece che da Ricordi) sarà Roberto Trevino, mentre Krief – già premio Abbiati come migliore regista per le Turandot di Puccini e Busoni, Carmen di Bizet e Lucia di Lammermoor di Donizetti, curerà regia, scenografie e luci, nel solco del talento artistico familiare, da discendente di Moses Levy.

Maestro Krief, lei ha spesso dichiarato di amare molto La Rondine. Perché?

«Ho una passione per La rondine: oltre alla storia, la musica mi piace molto. Ci sono tante invenzioni di Puccini. È un’opera molto sperimentale, ma riesce a essere una musica del suo tempo. Moderna, cinematografica».

Allora perché pensa che abbia riscosso meno successo del trittico di Fanciulla del West?

«È molto strano. Quando ho dovuto allestire la prima versione di Firenze, su richiesta del sovrintendente del Maggio, non ho potuto dire di no. Ma ho pensato: Ma che cosa mi tocca fare? La Rondine? Questo mio pensiero era viziato dal fatto che avevo visto diversi allestimenti di Rondine di un brutto inimmaginabile. Erano così brutti che non ero mai riuscito a vederli e ascoltarli fino alla fine».

Come succede che cambia idea?

«Studiandola ho visto che è un’opera meravigliosa. Allora l’ho messa in scena e la metto in scena con piacere».

Che cosa l’ha colpita di questa opera?

«François Truffaut nel libro “Il cinema secondo Hitchcock” parla di un capolavoro del maestro del brivido che è “Marnie” e lo definisce un “capolavoro ammalato”. Credo che Rondine sia un capolavoro ammalato: è un capolavoro perché Puccini non compone opere minori, neppure dopo la trilogia de La Bohéme, Tosca e Madama Butterfly. Quando compone Rondine, dopo La fanciulla del West e prima del Trittico, Puccini è nella sua maturità di uomo e di compositore. Siccome Puccini non è un uomo banale, ama sperimentare, perché sperimentando si impara. Forse il pubblico si aspettava opere simili a Tosca e La Bohéme, invece in Rondine non ci sono morti, non ci sono tragedie, cadaveri. Ma fra il 1914 e il 1917 (gli anni della composizione di Rondine) siamo agli anni della conversazione in musica, come nel Der Rosenkacalier (Il cavaliere della rosa) di Richard Strauss, ad esempio. E perché allora non provare in italiano? Così Puccini cerca una nuova via, giustamente».

Perché lo definisce un capolavoro “ammalato”?

«Perché quando un compositore cerca qualche cosa, prende anche qualche via senza uscita (deliziosa fra l’altro) poi ne prende un’altra. E la Rondine è questa: un capolavoro un po’ ammalato, non perfetto, ma che io curo con grande gioia. Anche nella musica è così: cerca delle soluzioni, abbandona dei temi, li riprende. È molto bello sentire questa opera di ricerca, sperimentale: si perdona a Puccini di cercare qualche cosa. È per questo che Puccini è un grande: non cerca quando è un compositore all’inizio, ma quando sa bene che cosa sia l’opera. Questo è formidabile secondo me».

La sua regia di Rondine su quali elementi della vicenda pone l’accento?

«Noi abbiamo una donna che vive a Parigi, mantenuta da un amante molto ricco. Poi si innamora di un giovane studente e con lui vive un sogno d’amore a Nizza, anche se alla fine lo lascia. Ma non credo che lasci il giovane come gesto d’amore, per fargli vivere la sua vita, avere dei figli. È una donna che a Parigi conduce una vita mondana. Ma a un certo punto si rende conto che le manca qualche cosa, le manca una storia d’amore, appunto. Accade spesso, a molte donne. Accade anche a Magda. Lo comunica al suo amante, Rambaldo, che la lascia andare senza tragedie a vivere d’amore e d’acqua fresca con il suo giovane. Ma poi lui le parla della madre, dei figli, della casa e lei si sente imprigionata da questa nuova situazione».

Descritta così, Magda sembrerebbe quasi un personaggio negativo.

«No. Magda è una donna molto moderna, richiama la Nora di “Casa di bambola” di Ibsen. È una donna che sta con un amante per molte ragioni, anche se non è del tutto convinta; poi trova il giovane che ha progetti che non coincidono con i suoi e, alla fine, sceglie la prima situazione: come la rondine torna al nido. Ma questo è un finale triste, fa piangere. Lascia un ragazzo che la ama tanto. Come si legge nel libretto: il giovane cade in ginocchio e si aggrappa a lei, ma è così. C’est la vie. E Puccini racconta una storia di una donna della sua epoca che può essere anche della nostra».

Si sa che la gestazione di questa opera è stata complicata: pensata per debuttare a Vienna, viene rappresentata a Montecarlo per la prima volta nel 1917 a causa della guerra.

«Probabilmente questa opera è anche una fuga dall’orrore, dalla guerra. Con Rondine Puccini racconta un mondo che è finito, un po’ come Rosen cavalier racconta il mondo dell’impero austro-ungarico che sta per finire. A Torre del Lago rappresentiamo la versione di Montecarlo di Rondine (poi ce ne furono altre due) senza aggiunte».  

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