La pizza è gourmet? Ma fateci il piacere...
La moda che sconfina oltre il buon senso: il gusto personale, si sa, non è oggettivo, per carità, ma in certi locali si sta esagerando
Datevi una calmata, per favore. La moda delle pizze gourmet rischia di travalicare i confini del buon senso e della sopportazione e comincia a connotarsi del tentativo di stalkerizzazione del gusto da parte di mastri della farina un po’ troppo fantasiosi che tendono a dimenticarsi (meglio, a far finta di dimenticarsi) delle regole base di una pizza che ambisce a chiamarsi gourmet e che, come tale, può farsi pagare anche tre volte di più rispetto ad una semplice Margherita. Il costo ben maggiore lo si può comprendere e accettare quando vengono utilizzati ingredienti ricercati e di qualità superiore, non certo quando si fa a gara a riempire un disco di pasta lievitata con tutto quello che ci può venire in mente all’improvviso, senza pensare minimamente ai giusti accostamenti e alle soluzioni compatibili con il nostro palato. Il gusto personale, si sa, non è oggettivo, per carità, ma in certe pizzerie si sta esagerando.
Volendo talvolta cedere alla follia, possiamo arrivare a capire quella con foglie d’oro a 24 carati (con scampi dell’Adriatico, melanzane e burrata) venduta a 190 euro a Gradisca, o la Figazza 24k Gold (50 euro a Fassola, in Veneto), con una mozzarella da ben 300 grammi che, una volta tagliata, si caratterizza in una cascata di bocconcini e panna fresca e un impasto lievitato 144 ore, oppure ancora quella (in provincia di Brescia) con scampi e gamberi Carabineros, crostacei tra i migliori del mondo, a 95 euro.
Purtroppo, però, ci vendono a peso d’oro, tanto per rimanere in tema, anche pizze all’ananas e mais, alla banana, con gli ovetti Kinder, alle fragole, al pollo al curry, o con cocco e gamberetti. E da qui a sconfinare nella frode il passo può essere spedito. Perché l’unico modo per verificare che le pizze cosiddette gourmet utilizzino realmente materie prime particolarmente raffinate e costose sarebbe quello di mettere a disposizione dei clienti le ricevute dei relativi prodotti.
Questo, però, nella stragrande maggioranza dei casi, appare quasi impossibile e allora l’unica strada realmente percorribile è alla fine il rapporto di fiducia tra cliente e ristoratore. Insomma, un conto è servire una Napoli così e via, un altro è spiegare al cliente il tipo e la provenienza di pomodoro, mozzarella e acciughe. La differenza tra una pizza “normale” e una gourmet starebbe proprio qui: ingredienti comuni per la prima, certificati per la seconda. Ma, ahinoi, non sempre è così.
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