Il presidio
La regina del vernacolo che scrive commedie
Gabbriella Scapuzzi nonna poliedrica. «Livorno è un teatro a cielo aperto»
LIVORNO. La livornesità l’ha segnata fin dal primo momento, appena nata. La scrittrice e commediografa Gabbriella Scapuzzi infatti si è ritrova quella doppia “b” nel nome per un errore di spelling.
La leggenda vuole che, nel 1941, quando è nata, suo zio, anche suo padrino (il padre era in guerra), abbia trovato in Comune un impiegato dell’anagrafe poco disponibile.
«Mio zio era una persona colta, disse all'addetto ‘Gabriella, come l’Arcangelo'. Lui rispose ‘Lo so come si scrive’. E invece non lo sapeva: mi sono ritrovata questa doppia b nel nome che nel tempo mi ha creato anche qualche problema», racconta sorridendo la Scapuzzi. E continua: «Perché per anni il mio nome è stato scritto con una 'b' sola. Col primo codice fiscale ci siamo accorti che invece mi chiamavo Gabbriella. Ho anche cercato di toglierla per vie legali, ma era veramente troppo complicato e me la sono tenuta».
Simpatica, intelligente, arguta, solare, Gabbriella Scapuzzi fino ad un certo punto della sua vita ha scritto “per sé”, per puro sfogo.
Maestra di scuola elementare, madre di tre ragazzi (Riccardo, Federico e Massimo), nonna (di Matteo e Leonardo), si avvicina all’arte e alla scrittura professionale relativamente tardi, grazie all’incontro, nei primi anni Novanta, col circolo culturale “Il Melograno”, frequentato da intellettuali e appassionate d’arte come Gabriella Guastalla, la psicoterapeuta Carla Gioli, la poetessa Erminia Libardo Montecalvo, la fotografa Giovanna Talà.
E’ proprio all’interno del “Melograno” che Gabbriella Scapuzzi inizia a dare corpo ai suoi scritti; lì si ritaglia il ruolo di autrice comica.
«Il vernacolo per me è sempre stato una fonte di ispirazione popolare. Un vernacolo alto, non volgare, sempre con un occhio attento sul mondo, come critica del reale». Ecco che i suoi primi sketch e i suoi atti unici fanno il botto, anche grazie al sodalizio col marito Gian Carlo Pugliese – un vero e proprio complice in tutto.
«Siamo sposati da 55 anni e non ci siamo mai venuti a noia, proprio per questa voglia di metterci in gioco e questa profonda ironia che ci lega. Siamo un po’ Sandra e Raimondo».
Così, nel 2004, marito e moglie fondano la compagnia teatrale “Gli Sciagattati” (il nome, oltre ad avere un connotato autoironico, contiene un riferimento non banale al Bagitto, il dialetto degli ebrei livornesi) e portano in scena la prima commedia di Gabbriella “Per il bene di famiglia” che tratta dell’accoglienza degli extracomunitari in città (dove fila tutto liscio, in nome della solidarietà e dell’apertura, fin quando la figlia del protagonista si fidanza con un profugo...).
«Avevo imparato il teatro e i rudimenti di regia al Vertigo, che ho frequentato negli anni ’90, completando il ciclo del corso triennale con Enzina Conte e Marco Conte. Negli anni Duemila, abbiamo fatto il grande passo con una compagnia nostra», spiega la Scapuzzi, «Prove nel salotto di casa, pochi mezzi - con molta umiltà siamo partiti dai teatri piccoli, scalando poi grazie all’affetto e al calore del pubblico, i palchi più importanti».
Dal teatro delle suore in via Don Bosco “Gli Sciagattati” arrivano al Pio X, al Filicchi, al Teatro delle Commedie, al Teatro Cral Eni (da oltre 300 posti) registrando ovunque il tutto esaurito. In totale Gabbriella dà alle stampe sei commedie e molti atti unici. «Nei miei testi c’è sempre una forte componente di realtà, di verità. Livorno è un teatro a cielo aperto. Il livornese non ha regole, è anarchico, scanzonato, ma ha anche un meraviglioso codice etico che lo contraddistingue».
Durante la “clausura pandemica" (detesta il termine “lockdown”) Gabbriella Scapuzzi ha scritto un libro, “Racconti Familiari”.
Si tratta di tre storie distinte con al centro “la famiglia”, il cammino difficoltoso della parità tra i sessi e il concetto di “valori” (e falsi valori) e le loro mutazioni nel tempo. Tutti temi cari alla Scapuzzi, penna acuta e sorridente, attenta alla quotidianità e al mondo che cambia.
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