Italia
Giglio, l'isola che nel nome racchiude un mistero: viaggio tra colori, leggende e luoghi antichi
E poi ci sono le torri sulle coste, costruite per difendere l’isola dall’arrivo di nemici dal mare. Alcune, coma la bella Torre del Saraceno, probabilmente edificate già in epoca romana
Si approda all’isola del Giglio con la stessa trepidazione aperta con cui gli argonauti, guidati da Giasone, approdarono nelle terre sconosciute della mitica Colchide. Approdarono con in testa e negli occhi i racconti e i sogni del misterioso vello d’oro, che dovevano ritrovare e riportare indietro. Si vede che il viaggio verso quest’isola non è un viaggio come tanti altri già all’inizio. Quando ci si imbarca a Porto Santo Stefano verso il Giglio. Porto Santo Stefano, che è una terra a metà, profondamente spaccata dal mare. Si solca poi l’immenso blu per una durata ipnotica, infinita. Fino a quando non appaiono di lontano le intense macchie di colore delle abitazioni. Così dipinte di colori accesi, dolci, in modo che marinai e pescatori potessero riconoscerle dalla distanza. E così, con quelle macchie ardenti, riscaldarsi il cuore strappato da casa. Avvicinarsi all’isola, poi finalmente camminare su di essa, lungo le sue facciate di diversi colori, fino a giungerne alla sommità, è, in realtà, una strana, potente malattia.
LA VILLA ROMANA
La malattia ci fa perdere nell’isola, e ci lega per sempre ad essa. Uno dei primi a descriverla fu il grande scrittore inglese Lawrence Durrell, che passò gran parte della sua vita in isole simili a questa su cui adesso camminiamo, simili al Giglio. Al Giglio che sembra essere stata lanciata su un mare profondo e potente, come un dado antico inciso d’osso. Come un astragalo millenario, che un bambino-dio capriccioso fa rotolare su questo mare prezioso. Discesi a Giglio porto, districandoci fra strade e colori, possiamo già passeggiare attraverso le affascinanti, suggestive rovine di una villa d’epoca romana. Una grande villa appartenente alla potente famiglia dei Domizi Enobarbi. Le vestigia occupano una ragguardevole area, all’interno della quale si possono ancora vedere resti di affreschi e mosaici. È possibile muoversi ancora su alcune terrazze dell’antica villa, con aree dedicate forse a giardini pensili e settori dell’antico edificio costruiti a porticato. Si può anche discendere verso lembi dell’isola che i costruttori della villa avevano trasformato in grandi piscine, con l’afflusso delle acque ben regolato e controllato. L’intera area della villa rende possibile al viaggiatore passeggiare nella storia. Dentro la lunga, brutale storia di Roma. Che riuscì stranamente a legare insieme una violenta e crudele brama di potere, con una vera ricerca di senso e di conoscenza. Ricerca profonda che, a partire dai greci conquistati, riuscì a trasmettersi poi fino a grandi imperatori di Roma. Che la coltivarono sinceramente, come Adriano e Marco Aurelio.
ROCCHE, FARI E TORRI
Il castello, di origine medievale, è collegato ad un’altra rocca fortificata, alla cui costruzione posero mano i pisani e gli Aldobrandeschi. Isole come queste, in bilico su mari profondi, ospitano da lungo tempo anche dei fari. Che palpitano con le stesse intermittenze del cuore. Il Giglio ne possiede ben tre. E vale la pena di visitarli tutti. Oggi non sono che un ricordo di quelle epoche in cui un’isola come questa era anche una stella. Un riflesso delle stelle accese di notte nel cielo. Una stella fissa sull’acqua, radicata in mezzo ai flutti. Stella che nel brillare dei suoi fari indicava la giusta via ai naviganti. Così come i fari, l’isola del Giglio ospita anche varie torri sulle coste. Costruite lungo i secoli per difendere l’isola dall’arrivo di nemici dal mare. Alcune, coma la bella Torre del Saraceno, probabilmente edificate già in epoca romana. Poi ricostruita in età medievale. Altre d’epoca rinascimentale o cinquecentesca, volute dai Medici. O ancora più tarde.
CAPRE, NON FIORI
Camminando fra i sentieri dell’isola, i suoi abitati, le grandi fortificazioni e le silenziose macchie di verde, tese verso le innumeri radici di agave sugli scogli, sentiamo frugare dentro di noi l’islomania. La malattia del legame con le isole, che proprio con questa parola da lui coniata Larry Durrell – spostandosi negli anni ’30 tra Corfù, Rodi, Cipro e Alessandria d’Egitto – definì. L’isola ci stringe e ci racchiude fra le sue dita, come se noi stessi fossimo quel dado lanciato sul soffice tappeto delle acque. Il suo nome stesso ci tiene stretti dentro un mistero lungo secoli. L’isola infatti non deve il suo nome al bel fiore di giglio, come si potrebbe credere al primo sentirlo. No. In realtà, l’originario nome dell’isola, in greco, faceva riferimento alle molte capre che la abitavano. I greci l’avevano quindi chiamata Aigylon, isola delle capre. I romani, come ricorda già Giulio Cesare, avevano semplicemente ricalcato il nome in latino. Fu Igilium. Dopo la caduta dell’impero, il nome si corrompe. Ed ecco il nostro Giglio.
LA MALATTIA DELLE ISOLE
La malattia delle isole, si diceva. La stessa malattia che colpì Darwin. In viaggio sul Beagle, infatti, scoprì meravigliosamente che le isole sono enciclopedie della vita. Della iridescente creatività della vita, e dei suoi lunghi cammini nel tempo. Ripartendo dal Giglio, è anche possibile visitare la più piccola isola di Giannutri. Oggi disabitata, ospita stupende rovine di un’altra villa romana. Rovine che scendono lungo la costa, ad affacciarsi sul mare. Meglio passeggiare per queste altre rovine, che ci parlano a bassa voce. Per dimenticare i nostri anni oscuri, rumorosi, e affollati.
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