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Una accattivante analisi dell’opera di Tolkien
Luglio 1930. John Tolkien, professore a Oxford, correggendo i compiti vede che uno studente ha consegnato il foglio in bianco, prende la penna e scrive “In un buco nel terreno viveva un Hobbit”. Questa frase bizzarra con quel nome inventato diventerà l’incipit del primo romanzo fantasy dello scrittore. Il suo capolavoro, “Il signore degli anelli”, è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia. «Un libro sulla decisione, sulla scelta, sulla responsabilità e sulla libertà», lo definisce Andrea Monda, che lo lesse a 12 anni e da allora non ha smesso di rileggerlo e studiarlo, fino a diventare uno dei massimi esperti di Tolkien.
Lo dimostra questo agile e bellissimo saggio, nato per un ciclo di conferenze e dunque estraneo alla noia accademica, anzi accattivante e sorprendente. Monda spiega come, a differenza di quelli di Ulisse e di Enea, il viaggio di Frodo viene intrapreso non per prendere ma per rinunciare, perché «il potere non va conquistato ma perso» e perché «noi siamo padroni di una cosa quando la doniamo». Gli eroi non sono gli invincibili cavalieri della Tavola rotonda ma gli umili e inadeguati Hobbit, l’arma vincente non è lo sprezzo del pericolo ma «la capacità di visione dell’altro e del mondo», le parole chiave sono «avventura, stupore, meraviglia», non c’è un protagonista ma lo «spettacolo corale» della Compagnia. L’appassionante ricognizione di Monda riesce a condensare il Dna del romanzo prendendo per mano il lettore e trascinandolo in un’analisi vertiginosa e spesso spiazzante, come quando sostiene che «il romanzo che assomiglia di più al Signore degli anelli è I promessi sposi», argomentandolo efficacemente con il tema della Provvidenza, e con la preferenza per gli umili (Bilbo e Frodo come Renzo e Lucia). Così umili da far inventare a Monda la parola “monchitudine”, perché gli Hobbit sono mezzi uomini, monchi e incompiuti, ma salveranno il mondo. È la risposta di Tolkien al Superuomo di Nietzsche e, insieme, la buona novella del Vangelo del Novecento.
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