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Dentro il film “Pane e cioccolata” più attuale che mai

Dentro il film “Pane e cioccolata” più attuale che mai

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Uno dei film più importanti del cinema italiano, più attuale oggi che nel 1974 quando uscì, diventa l’emblema universale del dramma dei migranti e si carica di significati ancora più profondi in un saggio che lo celebra scandagliandone la ricchezza dei contenuti e la qualità artistica. Si tratta di “Pane e cioccolata”, l’opera migliore del regista Franco Brusati e la più straordinaria interpretazione di Nino Manfredi, nel ruolo di un lavoratore italiano emigrato nella Svizzera tedesca. Il pane italiano, rustico, primitivo, elementare, e la cioccolata svizzera, simbolo del benessere superfluo, sprigionano un corto circuito di comicità e tragedia, perfettamente bilanciate da una sceneggiatura in stato di grazia.

Aperto da un’esauriente carrellata di film italiani sull’emigrazione dal 1948 in poi, il libro contiene, tra le varie testimonianze, quella preziosa di Luciano Tovoli, il direttore della fotografia che, con Brusati e Manfredi, è il terzo autore del film: parlando del legame ontologico tra fotografia e realtà e del gioco delle luci e dei colori, dichiara di avere avuto come background «gli operai della fabbrica siderurgica di Piombino». Al di là delle difficoltà di integrazione, di cui il film spreme i succhi più buffi e più amari, emerge quello che è il vero nocciolo del racconto: «la storia della solitudine umana, ciascuno è lo straniero di qualcun altro, l’emigrante di qualcun altro». Così si capisce che questo film di quasi mezzo secolo fa parla del nostro disorientamento contemporaneo: il protagonista Manfredi è «uno che non si sente a suo agio come italiano e non riesce a sentirsi a suo agio come straniero. Alla fine non sa più chi è. Perde pure il senso della propria identità». Quello che sembrava il ritratto di un povero operaio, così distante dal colto regista che lo racconta, si rivela in realtà l’alter ego dello stesso Brusati e il film quasi un’autobiografia spirituale: «un dissidio che io mi porto dietro da sempre, cioè l’idea di un certo disagio a stare con coloro che mi assomigliano e un certo disagio a stare con coloro che non mi assomigliano». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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