Caproni, grande poeta in punta di lapis: «Le radici nella mia Livorno scamiciata»
La città dell’infanzia diventa mito fra l’amarcord della famiglia e i morti ammazzati dai fascisti
«Son targato Livorno 1912». Così si presentava Giorgio Caproni ai lettori del nostro giornale in un pezzo di quasi mezzo secolo fa scritto in vista del centenario del giorno in cui l’ex garibaldino Giuseppe Bandi creò questo foglio: no, Caproni non avrebbe potuto disegnare di sé stesso un identikit più sobrio e minimal. Paradossalmente, lui che è stato uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, si descriveva come musicista mancato: e i suoi violini, un “Maline Pere” di produzione transalpina della seconda metà dell'Ottocento, e un “Tedesco” degli inizi del secolo scorso, ora sono stati affidati dai figli Silvana e Attilio Mauro alla “sua” Livorno, che li custodisce in quel tempio della cultura che è il teatro Goldoni.
«Maestro io? Sì, ma di musica. Anzi, maestro elementare»: queste le parole di Caproni riportate dal nostro Aldo Santini, rievocando un incontro del 1985 al premio Chiavari. Quella sottolineatura dedicata agli anni in cattedra in una scuola romana non era spuntata per caso: al grande inviato speciale labronico Caproni racconterà di come si fece affidare una classe di “ragazzi di strada” perché gli sembrava una «discriminazione orribile» il fatto che i bambini abbandonati, i “senza famiglia” insomma, venissero marchiati con un grembiule di colore diverso da tutti gli altri.
MAESTRO DI FRONTIERA
quei ragazzini difficili – spiegava lui a Santini – gli volevano talmente bene che il maestro-poeta si inventò che anche lui era un somaro come loro e non aveva preparato la lezione su Nerone, sicché se il direttore della scuola l’avesse scoperto l’avrebbe licenziato. Risultato: i bimbi si misero a leggergli il sussidiario per spiegargli loro la lezione. Ve l’immaginate a scuola con i ragazzi difficili uno degli intellettuali superstar di oggi che fa il figo su twitter, nei talk show o nei salotti chic?
Mancano pochi giorni al 110° anniversario della nascita (7 gennaio) e poche settimane al centenario di quando lascerà per sempre Livorno, primavera 1922: appena prima che nascesse la sorella, appena prima che il municipio “rosso” di Livorno venisse assaltato dagli squadristi del marchese Dino Perrone Compagni, al termine di una lunga serie di assassinii politici (con gli sgherri fascisti che in quella spedizione ammazzarono l’anarchico Filippo Filippetti in un conflitto a fuoco e, andandoli a cercare casa per casa, i consiglieri comunali Luigi Gemignani, socialista, e Pietro Gigli, comunista, con il fratello libertario Pilade e il sindacalista anarchico Gilberto Catarsi).
Non è semplicemente la cronaca d’un contesto di quegli anni incandescenti anche qui da noi, soprattutto qui da noi dov’era appena nato il Partito comunista e dove aveva il suo “regno”, con Costanzo e il figlio Galeazzo, una famiglia legatissima a filo doppio con Benito Mussolini. Erano «anni duri in cui non ancora decenne vidi ammazzare la gente per strada», queste le parole di quel pezzo di Caproni. Ma siccome le uccisioni dei Gigli, di Filippetti e Gemignani sono dell’agosto ’22 quando la famiglia Caproni ha già fatto la valigia, chissà se si riferisce alla morte di Amadeo Baldasseroni e Averardo Nardi, elettricista l’una e operaio l’altro, entrambi anarchici e entrambi trentenni, in una sparatoria all’Ardenza: dall’altra parte della barricata c’erano le guardie regie...
Fuori dagli equivoci: la sua città è Genova («la mia vera città»), ma Livorno non è soltanto una traccia rimasta sul certificato di nascita. È centrale nella sua poetica: al punto che intitolerà “Versi livornesi” uno spicchio delle sue liriche. «Livorno – ecco come la spiega lui – è per me l'infanzia: è Annina, è la madre. Genova, invece, è mézigue (me stesso). Con Roma, anche se ci vivo da anni e non so staccar mene, non lego molto: non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi…».
LIVORNO COM'ERA
Quando doveva parlare di com’era «la “mia” Livorno di allora», la lingua batte sulla «sua immensa piazza Carlo Alberto o Voltone, e i suoi larghi rettilinei Fossi e canali». La descrive come «una città malata di spazio: troppo grande, cioè, per lo sperduto bambino che ero, e per il non folto numero degli abitanti, pur se vivacissimi, questi, e pronti al tumulto e alle sparatorie».
Eccola quella Livorno «ciana e scamiciata». E giù tanti fotogrammi: «Dalle parti del porto, coi Quattro Mori incatenati che mi colpivano d'angoscia, o da quelle del Gigante dove il maestro Melosi, sadicamente, si divertiva a farmi piangere sul De Amicis; ma anche una Livorno gentile nel suo liberty, del quale resta un delicato esempio, l'Acqua della Salute, di Corso Amedeo dove nacqui, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, ricordo soltanto gli animali chiusi in gabbie, forse perché il mistero degli animali mi ha sempre affascinato; mentre ho ben vive in mente le mattonelle bianche e nere in Via De Larderel, e la formosa “donna” di cartone nero, senza testa né braccia né gambe, che a mia madre Anna Picchi, “finissima” sarta, serviva per le prove».
A SPASSO COL PADRE
C’è anche l’immagine dei «tempi in cui mio padre Attilio, ragioniere, le domeniche ci portava con mio fratello Piero agli Archi, in aperta campagna, o — se d'estate — ai Trotta o ai famosi Pancaldi, quando addirittura, un po’ in treno un po’ in carrozza, non ci spingevamo fino alla tenuta di Cecco».
Non sono bozzetti ma «luoghi che, secondo me, insieme con la guerra e il resto, hanno lasciato tracce nel mio carattere e qua e là nei miei versi: e non davvero come elementi pittorici, ma anch'essi come laterizi (o metafore) di quell'umana condizione che ho sempre cercato di esprimere».
Si potrebbe andare avanti chissà quanto: si pensi a corso Amedeo («tutto Cors’Amedeo, / sentendola, si destava»), a via Garibaldi («la mia infanzia livornese è ancora tutta in me), al Mercato centrale («col suo sapore di gelati nell'odor di pesce»), ai Fossi («la notte, lungo i Fossi, / quanti cocomeri rossi»). Infine, il Voltone, una delle piazze più grandi d’Italia: «Un'ellisse contornata di panchine bianche e in mezzo due monumenti alle cui grate di ferro sul catrame io potevo vedere, sotto il piazzale immenso schiacciando ad esse il viso fino a sentire il sapore invernale del metallo, l'acqua lucidamente nera transitata dai becolini pieni di seme di lino».
C’è da immaginarsi quanto avrebbe sorriso Caproni per il refuso che, nel 2001, quando riprendemmo il suo pezzo inventò un nuovo significato a un suo amarcord e «i ponci dello Sbolci» da «fulminanti» si trasformarono in »fuminanti».
D’altronde, non era lui stesso un cercatore di senso rincorrendolo come un funambolo sul filo teso fra le parole? Basta ascoltarlo in questi versi del “Biglietto lasciato prima di non andar via”: «Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
