Il Tirreno

LA RECENSIONE 

Noi, la libertà e la democrazia Ecco l’eredità politica di Veca

Valerio Meattini

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Nel suo ultimo libro, “Il mosaico delle libertà”, Salvatore Veca non nega che le democrazie parlamentari appaiano in ritardo rispetto a decisioni urgenti e che l’ascesa dei leader carismatici si leghi al fastidio per le forme della rappresentanza democratica con il corteo di norme, procedure, istituzioni remote e disallineate con le voci di cittadinanza che pullulano nello spazio pubblico.

Né che gli imprenditori politici della paura sembrino sopravanzare quelli della speranza, mentre le autorità epistemiche perdono credito nel dibattito.

Sostiene però che si tratta di crisi nella democrazia e non della democrazia e la cura è un più di democrazia.

Veca intende il polisemico termine di democrazia come “la libertà per le persone di identificarsi e reidentificarsi collettivamente in cerchie di riconoscimento distinte e alternative fra loro nel tempo”.

In altri termini: una certa interpretazione degli interessi collettivi di lungo periodo della società deve potersi esprimere in uno spazio pubblico come luogo sociale e non istituzionale, del pluralismo.

Le cerchie politiche di mutuo riconoscimento – religioso, politico, sociale, culturale, etico – devono potersi costituire e ricostituire potendo scegliere fra un insieme di identità sociali possibili.

La democrazia è dunque sempre incerta e incompleta, connessa con l’esplorazione di possibilità alternative, con la fragilità e fallibilità umane.

Per chi rispetta il valore e la dignità di ognuno, la disuguaglianza è un problema non un dato e l’azione politica non dovrebbe mai perdere di vista chi nel gioco delle distribuzioni si trovi, senza sua responsabilità, svantaggiato. Se immaginiamo le vite umane che capita di dover vivere qua e là in giro per il mondo è chiara la conseguenza: chiunque si sarebbe potuto trovare ovunque.

Quali meriti possono rivendicare allora i privilegiati?

Se la dignità umana, diversamente dalle cose, non ha equivalenti in prezzo, l’interesse di chiunque non può essere subordinato al privilegio di qualcuno. Segue l’uguale diritto di parola dove e quando si danno scelte per tutti. Così, secondo Veca, solo la democrazia liberale rispetta la libertà di identificazioni collettive per parteggiare e persuadere.

Nobile perorazione della libertà democratica, questo libro del filosofo scomparso da poco, ci lascia arricchiti di molte fini analisi (sulla possibilità di vivere vite diverse, ad esempio) e con due domande.

Il certame delle posizioni politiche nello spazio pubblico assicura la vittoria della buona causa (uguaglianza e più giustizia sociale)? Su quale fondamento o principio o valore, che non sia già condiviso come buono, si potrebbe sperare di convincere i dissenzienti che la disuguaglianza non è un dato ma un problema, un impegno per la nostra coscienza morale e per l’azione politica?

Valerio Meattini



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