Viaggio con Pupi Avati e Boccaccio nell’enigma della vita di Dante
Il romanzo del regista bolognese ci fa scoprire l’uomo nascosto dietro il mito del Sommo poeta
Fabio Canessa
Non si può certo dire che il settecentenario della morte di Dante sia passato inosservato: mostre, convegni, biografie, saggi storici e letterari, spettacoli teatrali e un film di prossima uscita. Diretto da Pupi Avati, che intanto manda in avanscoperta il romanzo che ne costituisce il soggetto. Del resto, spiega il regista, nonostante sia uno degli autori più studiati del mondo, Dante «resta tutt’ora un enigma, un essere imperscrutabile» e non si può che «avvicinarsi a lui per bagliori, per congetture, con quel piacere segreto che dà l’almanaccare».
Che non sia dunque proprio il genere del romanzo il modo migliore per avvicinarsi al Sommo poeta? Dopo aver studiato a lungo l’opera omnia dantesca e la storia medievale, Avati racconta le verità testimoniate dai documenti, completandole con raccordi verosimili e accendendo il tutto con l’immaginario struggente tipico del suo cinema. Il Dante che affascina Pupi non è quello maturo della Commedia ma il giovane che scrive la Vita Nova, goffo e impacciato come un Nik Novecento del Medioevo: cogliendolo alle sorgenti, sarà più facile scoprire «il mistero della sua creatività». Così c’è bisogno del flashback: seguiamo Giovanni Boccaccio che, trent’anni dopo la morte di Dante, va a Ravenna per incontrarne la figlia, diventata suora col nome di Beatrice. Il pretesto è quello di consegnarle dieci fiorini d’oro da parte di Firenze come risarcimento, ma la vera motivazione è avvicinarsi il più possibile a quel mito irraggiungibile che aveva studiato, copiato, imparato a memoria e commentato, fonte prima della sua vocazione letteraria: sapere qualcosa di più sull’uomo, farsi raccontare da lei la personalità del padre, magari «sfiorare la carne della sua carne».
Boccaccio rispecchia Avati nel bisogno e nel piacere di essere fan, di adorare il proprio beniamino, si chiami Dante Alighieri, Bix Beiderbecke o Federico Fellini. Ma anche Dante rispecchia Avati, sia perché con la sua opera ha salvato i morti dall’oblio, sia perché la letteratura «gli ha permesso di raccontare quello che avrebbe desiderato vivere». La sovrapposizione è tale che talvolta Dante sembra un regista, come quando vuole immortalare, con lo sguardo di chi accarezza un’inquadratura, l’istante in cui Beatrice per la prima volta lo ha salutato: «Non doveva dimenticare nulla ma rendere perenne quel momento in cui lei aveva rallentato il passo, doveva rendere eterno il suo lento girarsi prima di decidersi a sorridergli e a salutarlo».
Non mancano fantasticherie da Avati horror, come il sogno della Vita Nova in cui Amore, impersonato da un sinistro e inquietante figuro, costringe Beatrice, nuda tra le sue braccia, a mangiare il cuore di Dante. E il tonfo del loculo di Beatrice che riecheggia nella chiesa di Santa Margherita sembra quello del “Signor Diavolo”. Senza darlo a vedere, Avati scioglie nella narrazione molti aspetti del Dante uomo e poeta, come nella vigilia della battaglia di Campaldino, che alterna la cruda materialità dei soldati che defecano dalla paura alla finissima capacità di osservazione testimoniata più volte nei versi di Dante.
Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante prevede una tramatura di affinità e coincidenze, echi e rimandi temporali, tutti ingredienti tipici della poetica avatiana: un bambolotto di cera che passa dalle mani di Beatrice a quelle di Boccaccio, l’assenza della figura materna per entrambi i poeti.
A rendere più cinematografico il tutto, il romanzo presenta anche una colonna sonora: all’inizio di ogni capitolo Avati suggerisce un brano di accompagnamento. L’operazione è felicissima e la playlist strepitosa: Ludovico Einaudi per il funerale di Beatrice e Duke Ellington per il tradimento di Bonifacio VIII.
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