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Una mostra su storia e origini del gran diamante Fiorentino
L’esposizione prende il via oggi e si compone di lettere, testi, incisioni e documenti d’archivio C’è anche una sua riproduzione realizzata in zirconia
Gabriele Rizza
firenze. È una bella storia quella del Fiorentino, da oggi in mostra al museo di Palazzo Medici Riccardi. Una storia che vale la pena raccontare. Il Fiorentino, diamante di dimensioni eccezionali e di color giallo citrino, era nel Seicento la seconda gemma al mondo, dopo quella appartenente all’imperatore Moghul. Nel 1601 fu acquistato da Ferdinando I de’ Medici che lo affidò ancora grezzo al tagliatore Pompeo Studendoli, artigiano veneziano residente a Firenze. Dopo un lungo lavoro, nel 1615 Studentoli rimise al committente uno splendido gioiello a forma di mandorla, con taglio a doppia rosa di nove lati e 127 faccette, che venne poi inserito entro una montatura a pendente altrettanto sfarzosa. Un capolavoro, oltre che un manufatto prezioso, icona di lusso e di potere, che rimase nelle mani dei Medici fino al passaggio della Toscana ai Lorena, quando venne portato a Vienna, dove risulta custodito fino ai primi del Novecento. Nel 1918, con il crollo dell’impero asburgico, i gioielli della corona d’Austria presero la via dell’esilio, in Svizzera: con loro partì anche il Fiorentino e, da allora, della «più stupenda cosa che sia in Europa», come era stato definito dal cardinale del Monte, si sono perse le tracce. La mostra che si apre oggi al museo di Palazzo Medici Riccardi consente di ripercorrere le vicende del Fiorentino, a partire dalle prime lettere in cui il diamante fu proposto al Granduca Francesco I nel giugno 1579 passando per l’inventario stilato nel 1621 alla morte di Cosimo II, fino all’Inventario delle Gioie dello Stato di Toscana che Anna Maria de’ Medici, Elettrice Palatina, fece compilare nel 1741, tutti quanti custoditi all’Archivio di Stato di Firenze.
A questi si affiancano un’incisione del 17esimo secolo custodita nella Biblioteca Marucelliana, le testimonianze dell’esploratore francese Jean Baptiste Tavernier che nel suo libro del 1676 lo mette al secondo posto dopo il Gran Mogol. O come la tavola a stampa presente nei “Sunti del Tarpato” del 1740 di Andrea da Verrazzano, unica raffigurazione attualmente nota del diamante in forma sia grezza sia sfaccettata, custodita all’Accademia la Colombaria. Infine, quale testimonianza più recente, arriva dal Gabinetto Vieusseux una copia de “Il Marzocco” del 1923, dove campeggia l’articolo “Il Fiorentino e le vicende del suo acquisto”, firmato da Nello Tarchiani. La mostra propone anche altre testimonianze documentarie tra disegni, inventari medicei e documenti d’archivio, per finire con una riproduzione del gioiello, realizzata in zirconia cubica dalla bottega artigiana orafa di Paolo Penko che ha ricreato, per la prima volta al mondo, la preziosa “montatura serpentinata” con cui Maria Maddalena d’Austria era solita sfoggiare il diamante. Organizzata da Muse, curata Carlo Francini e Valentina Zucchi, la mostra resta aperta fino 16 gennaio.
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