Il Tirreno

Cibotto ci fa rivivere l’alluvione del Polesine

Cibotto ci fa rivivere l’alluvione del Polesine

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Esattamente a settant’anni fa risale l’alluvione del Polesine. Oltre cento morti, migliaia di sfollati, danni incalcolabili e una profonda ferita che da allora ha segnato l’immaginario degli italiani, con i tetti delle case che emergono dalle acque, sulle quali galleggiano le carogne delle mucche e le bare emerse dall’inondazione dei cimiteri. Ne fu testimone un giornalista di talento come Gian Antonio Cibotto (1925-2017) che esordì come scrittore proprio con questo libro, oggi finalmente ristampato in occasione dell’anniversario, che racconta la cronaca di quella tragedia, dal 12 al 27 novembre 1951, vissuta in prima persona.

A metà tra il reportage, il diario, il saggio e il romanzo, il racconto di questo «episodio biblico di drammatica violenza» è il resoconto di un febbricitante viaggio notturno attraverso le terre del disastro, narrato però con uno stile asciutto che sembra contrastare e cercare di imbrigliare la concitazione dei fatti e degli animi con la lucidità e la nitidezza della scrittura. Nella devastazione apocalittica, con la minaccia incombente che il pericolo sia ancora in agguato, le frasi di circostanza non possono che «risuonarci nell’orecchio inutili, convenzionali». L’angoscia dell’attesa, il senso di sgomento aggravato dalla «paura della paura», la gente muta e impietrita, i lamenti dei buoi e dei cani, la dolcezza con cui le donne accarezzano gli oggetti salvati dall’alluvione rimangono impressi per la secca incisività dei dettagli che caratterizza lo stile di Cibotto, consapevole di aver preso «successivamente coscienza di momenti in cui m’è accaduto di vivere senza accorgermene: quasi li avessi trascorsi in sogno, o in stato di trance». Così, insieme alla esemplare registrazione dei fatti, avviene la scoperta di una vocazione letteraria: «solo a distanza, particolari sfuggiti acquistano consistenza, pause smemorate ci riempiono di dolcezza, gesti caduti nell’indifferenza riescono a toccarci. Magari a commuoverci, o a farci sorridere. Nel ricordo, quando in mano non resta che una pallida eco evanescente e, forse, il rimpianto». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web