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Pepi: «Lui prese una cantonata» Sgarbi: «Ne ha scoperti solo 13»
LIVORNO. Fra Carlo Pepi e Vittorio Sgarbi non mettere i falsi Modigliani. È come buttare glicerina su acido nitrico e acido solforico: si salta per aria. Pe fargli prendere fuoco basta ricordare a Carlo Pepi, collezionista un po’ “guastafeste” un po’ acchiappa-falsari, che con le false teste della burla di Modì – quelle ripescate nel Fosso reale di Livorno 37 anni fa – Sgarbi fa una mostra al Mart di Rovereto, del quale è al timone del consiglio d’amministrazione.
Del resto, non è una novità che Pepi e Sgarbi incrocino il fioretto delle polemiche. Anzi, la durlindana: «Ora Sgarbi – sbotta Pepi – dice di aver intuito prima degli altri la verità sulle “teste” della burla? Strano, sosteneva erano vere: me la ricordo ancora la presentazione di quel volumetto nella libreria di Paolo Belforte, lì Sgarbi prese una cantonata. Non posso fargliene una colpa, la differenza fra arte vera e falsi lui proprio non la vede».
Beninteso, Sgarbi non si fa pregare per andare al contrattacco sull’ultima querelle giudiziaria: «Se è così bravo a scovare i falsi, come mai lui ne ha segnalati 13 e invece i periti ne hanno indicati 21? Sia chiaro, io sostengo che se prendete dieci critici saltano fuori dieci valutazioni diverse ma io di Modigliani non mi sono occupato, lui sì. In questo caso ne ha persi otto per strada perché era distratto?»
Peccato, perché mi è «anche simpatico», giura Sgarbi. «Lui mena gran vanto di esser stato l’unico a capire che le teste ripescate nel Fosso nel 1984 erano false, in realtà – aggiunge – è saltato fuori quando ormai si era un po’ capito. Io invece l’ho detto subito e l’ha pubblicato “Panorama” come contraltare a Vera Durbè: quelle teste sono talmente brutte che dovete ributtarle nel canale, e l’ho detto quando la grande critica ufficiale era schierata a magnificare la scoperta».
Se per Pepi “guerra” ha da essere, non è però contro Sgarbi bensì contro la categoria degli storici dell’arte. «Sono orgogliosamente autodidatta anche se al processo per la mostra di Genova dove ho smascherato tanti falsi mi hanno messo in croce perché non ho la laurea da critico. La laurea ce l’ho, eccome: ma in economia. Ho rifiutato quella “honoris causa” di una università americana. Non voglio mescolarmi con la “casta” di sedicenti esperti che non hanno la sensibilità per distinguere un cavallo da un ciuco, un’opera d’arte che “parla” e “vibra” da un falso che è un piattume senza vita. La sensibilità l’hanno seppellita sotto un cumulo di libri: anche casa mia è piena di libri, ma tanti li ho scaraventati contro il muro.
Quanto all’idea di portare i falsi in un tempio dell’arte come il museo trentino, invece non ha niente da eccepire: «Basta che i falsi siano presentati come falsi. Anzi, credo che sia utile far vedere la differenza. Mi aspetto però che la capisca un impiegato del catasto o un salumiere più che un critico laureato: è qualcosa che o ce l’hai o non ce l’hai».
M.Z.
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