Il Tirreno

UN AUTORE E LA SUA PASSIONE 

Se il calcio sposa la letteratura il capocannoniere è un poeta

Fabio Canessa

La partita tra la troupe di Pasolini e quella di Bertolucci nel nuovo libro di Gnocchi

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Fabio Canessa

Geni della letteratura snobbarono il calcio: Borges sosteneva che il calcio era popolare perché è popolare la stupidità, Montale lo odiava al punto da proporre, quando era senatore, una legge per concentrare le partite in sedici giorni all’anno. Alessandro Gnocchi afferma invece che “il menu di una giornata perfetta prevede una mattina in biblioteca e una serata allo stadio”.

Per questo ha scritto un libro nel quale manda a braccetto calcio e letteratura, facendo l’inventario degli artisti che hanno celebrato il pallone.

A cominciare da Pasolini, che giocò la “partita più famosa nel mondo della cultura”: quella tra la troupe di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” da lui capitanata contro la troupe di “Novecento” allenata da Bernardo Bertolucci.

Lo stesso titolo del saggio di Gnocchi, “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno”, è una frase di Pasolini, che distingueva il calcio in prosa (europeo) da quello in poesia (latinoamericano), considerandolo un fenomeno culturale così potente da aver sostituito il teatro e la messa, “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Tra i grandi appassionati d’Oltralpe, Sartre scrisse che “il calcio è la metafora della vita” e Camus, portiere di talento, diceva che dal campo da gioco aveva imparato tutto quello che è importante: «Il senso del dovere, la necessità di una morale, la capacità di adattarsi alle traiettorie impreviste, a vincere senza diventare vanitosi, a perdere senza vergognarsene».

Anche Valerio Magrelli ricorda come momento di formazione i pomeriggi d’estate trascorsi a palleggiare in cortile, concentrato e appassionato: «Non allegro, ma assorto, pienamente consacrato al mio compito. Una buona approssimazione alla felicità. Forse per questo ho cominciato a scrivere poesie». Da Giorgio Bassani a Carmelo Bene, da Achille Campanile a Vittorio Sereni, da Giovanni Raboni a Edoardo Sanguineti, che in “1898” fa coincidere la nascita del campionato di calcio con le cannonate di Bava Beccaris sulla folla affamata, il libro passa in rassegna con l’incalzante agilità di un dribbling i poeti e i narratori italiani che hanno trattato l’argomento, dando il giusto spazio a Umberto Saba e al suo capolavoro “Goal”, una splendida poesia nella quale racconta le reazioni a una rete segnata attraverso le emozioni dei due portieri: «Una poesia sulla solitudine», commenta Gnocchi, «del portiere, di Saba, degli uomini in generale». Così come “Ai campioni del Torino”, dedicata alla tragedia di Superga del 1949, rappresenta uno dei vertici della poesia di Mario Luzi: “Mai la morte fu veramente morte/ così, mai corse rapida all’essenza/ come questa che vi abolisce, squadra/ anche contro la morte, ancora squadra”. C’è poi chi, come Gianni D’Elia, ha cantato il Totocalcio (“O musa venale, aiuta tu a sbancare”), chi, come Ferdinando Acitelli, ha lamentato “La tristezza delle ripartenze”. Inevitabile che un capitolo sia per Gianni Brera, il Gadda dello sport, scrittore sopraffino che ha inventato il vocabolario calcistico: a lui si devono “contropiede”, “melina”, “goleador” e tanti altri termini oggi di uso comune. Così come a Gabriele d’Annunzio si deve, nel 1924, l’invenzione della maglia azzurra della Nazionale con lo scudetto tricolore.

Luciano Bianciardi invece compilò la Nazionale italiana degli scrittori, inserendo Moravia come mediano di spinta (per la tenacia con cui “spingeva” i suoi romanzi), Arbasino travestito da ala (per la felicità dei suoi travestimenti) e Fusco con il numero 10 (perché aveva una fidanzata nata nel 1910). Tra le letture consigliate, Gnocchi raccomanda “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino, racconto dei disastrosi (per noi) Mondiali in Germania del 1974 e di un’Italia “brutta come la Nazionale eliminata dalla Polonia” e “Il Mister” di Manlio Cancogni, ispirato a Zeman.

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