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La PFM vuole stupire ancora: un inno contro la tecnologia

Luca Trambusti
La PFM vuole stupire ancora: un inno contro la tecnologia

Dopo quattro anni esce il nuovo disco della band: “Ho sognato pecore elettriche”. Due ospiti illustri per un brano: Hackett (ex Genesis) e Anderson (ex Jethro Tull)

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Era dal 2017 che la PFM non pubblicava un disco in studio. A distanza di 4 anni dal precedente "Emotional Tattoos" arriva, disponibile da venerdì, "Ho sognato pecore elettriche", ventesimo album in studio a cui si aggiungono altrettante raccolte e 15 dischi live. Questo lavoro esce in due lingue. «I testi in inglese - dicono Franz Di Cioccio (voce e batteria) e Patrick Djivas (basso) - non sono solo la traduzione di quelli italiani, ma liriche diverse che con la versione italiana condividono parzialmente i concetti». "Ho sognato pecore elettriche" è un concept album in cui si prospetta uno scenario futuro dove l'iperconnessione ha inibito la capacità di sognare. «Io e Patrick - dice Di Cioccio - siamo due maniaci della fantascienza e pensiamo che "Blade Runner" abbia lasciato un segno perché racconta un futuro che si sta manifestando in questo tempo. La scena del film che ci ha colpito di più è quella dove un poliziotto trova una persona e per capire se è umano o androide gli domanda di parlare della madre. Il sospettato non capisce di chi si tratta inizia a essere nervoso e così i poliziotti lo identificano».

«Oggi - dice Djivas - ci sono degli androidi, non in plastica e metallo ma in carne e ossa. Sono, ad esempio, quelli che cercano d'influenzare i ragazzi via rete: gli influencer. Ma i giovani devono fare le proprie scelte e non farsi influenzare». «Devono ricercare entusiasmo e non tecnologia - aggiunge Di Cioccio - e staccare la spina, liberarsi dalla schiavitù della tecnologia. Non siamo contro la scienza, constatiamo che stiamo perdendo il potere del sogno e senza il sogno non si sarebbero potute fare le cose che abbiamo fatto sinora».«Il progresso - puntualizza il bassista - può essere usato in modo chiaro o in modo scuro. Con la tecnologia succedono tante cose positive, altre decisamente negative».Anche il titolo dell'album è strettamente connesso a queste tematiche ed è ispirato a un libro di Philip Dick (da cui trae origine "Blade Runner") in cui l'autore domanda se gli androidi sognano pecore elettriche. «Il sognare pecore elettriche è metaforicamente connesso all'abuso di tecnologia che facciamo». Con l'uso dell'asserzione da parte della band ne consegue che viviamo iperconnessi e ipertecnologici. Musicalmente "Ho sognato pecore elettriche" prosegue sul solco della PFM, è un disco con un futuro classico dove si ritrova lo stile della band, mai uguale a sé stesso ma sempre frutto delle precedenti esperienze.

«È un album fatto come al solito - confessa Djivas - suonando ciò che ci va di suonare in un certo momento. Non possiamo suonare le stesse cose di 50 anni fa e siamo lontani dal progressive». «In questo disco - aggiunge Di Cioccio - ogni brano ha una sua sonorità a rappresentare il concetto che esprime la canzone». Ricca è infatti la varietà del disco che si apre e chiude con degli strumentali (il primo ha addirittura riferimenti classici e il terzo è una jam session) e che ha uno svolgimento potente. Nel disco due graditi ospiti: Ian Anderson (leader dei Jethro Tull) e l'ex chitarrista dei Genesis Steve Hackett (entrambi nel brano "Il respiro del tempo").«Siamo legati a questi artisti per amicizia e perché fanno parte della nostra storia. Sono anime affini. Hanno avuto una grande umiltà nelle loro parti che sono perfettamente adatte a ciò che volevamo. Sono grandi anche per questo». Ora nel futuro della PFM c'è il ritorno sul palco

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