Italia
Un film su De André raccontato dal figlio
Presentato al Festival di Venezia, nelle sale dal 25 ottobre Il filo conduttore è il disco “Storia di un impiegato” del 1973
Luca Trambusti
MILANO. Il film “Deandré#Deandré - Storia di un impiegato” di Roberta Lena, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, sarà nelle sale cinematografiche il 25, 26 e 27 ottobre. È difficile dare una definizione univoca di questa pellicola. Il protagonista è Cristiano De André, figlio di Fabrizio e della sua prima moglie Enrica Rignon, detta “Puny”. Cristiano, dopo aver collaborato con il padre, ora ne porta avanti l’opera riproponendo con arrangiamenti propri il repertorio paterno. Ultimamente la sua attenzione si è focalizzata sulla rilettura di uno dei dischi più controversi e politicamente impegnati del padre: “Storia di un impiegato” pubblicato nel 1973. “Deandré#Deandré” parte proprio dall’analisi fatta da Cristiano su questo disco, che è quello che sancisce la metamorfosi dall’estrazione e cultura borghese che l’aveva formato e lo porta alla visione libertaria che l’ha connotato. Il giovane De André ragiona sulle considerazioni politiche, sui cardini ideologici del disco che partono dalle proteste del ’68. Da qui si dipana un filo che lega (anche per immagini) il maggio francese sino alle proteste per il clima o al movimento “Black lives matter”, passando per gli anni ’70 italiani e i gilet gialli francesi in una visione ad ampio raggio. Ai concetti si aggiungono estratti live di Cristiano che ripropone brani di quel disco con arrangiamenti rock e belle scenografie. La pellicola non è solo questo, è anche un viaggio intimo nel rapporto tra padre e figlio.
La chiave di lettura sta forse più in questa ultima parte che nella prima. Si sa che i rapporti tra loro erano molto difficili, li univa un legame conflittuale. Cristiano (classe 1962 - dicembre, ha ora dunque la stessa età di quando suo padre morì) come tutti gli adolescenti cerca la sua strada, che a volte porta lontano dal percorso paterno. Qui c’è però una grande ammirazione (lo ammette più volte Cristiano) per il padre, carismatica figura, sebbene non certo facile e con la quale il figlio deve confrontarsi anche scegliendo di seguirne le orme. Fabrizio non era un cuore tenero, a volte, spiega Cristiano, feriva per capire sino a che punto era amato e amava. A questo poi si aggiunge anche, nel ’75, la separazione dei genitori, il passaggio dalla Sardegna (dove si svolgono le riprese nella casa al mare che fu di Fabrizio e ora del figlio), a Genova per poi tornare burrascosamente sull’isola con il padre e nuovamente fuggire nel capoluogo ligure, alla ricerca costante di qualcosa e alla fine fare pace con tutto e ritrovarsi sullo stesso palco per l’ultimo tour insieme. Ci sono momenti toccanti, anche difficili da raccontare, ma reali, storia vissuta e cicatrici che segnano. Ci sono anche i ricordi del piccolo Cristiano al cospetto di Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Walter Chiari e Francesco De Gregori, che frequentavano la casa e che affascinavano il bimbo.
A impreziosire la pellicola contribuiscono le immagini domestiche, le interviste con Fabrizio, gli interventi di Dori Ghezzi, i rapporti dei servizi segreti sul cantautore, che appare anche in veste di amorevole nonno.
In questa saga familiare su pellicola appare anche Filippo, il figlio di Cristiano che la figlia Francesca ha reso nonno da qualche anno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
