Dante e Amleto immersi nel buio A Buti il teatro è sperimentazione
Stasera il primo spettacolo del cartellone firmato da Dario Marconcini In programma anche un nuovo allestimento di “Paesaggio” di Pinter
Gabriele Rizza
BUTI. Le parole di Dario Marconcini aprono la strada a una raffigurazione non convenzionale del fare teatro: «Il teatro è il luogo dove si celebra il disordine del mondo e l’artista non deve essere unanime, semplice, comprensibile, ha il dovere di complicare le cose, di essere scorretto perché in fondo il teatro è sempre in pericolo, è un’arte che non lascia tracce, non è mai merce ma esperienza». Partendo da questa filosofia Marconcini da sempre struttura le sue stagioni teatrali a Buti. Anche quando le risorse si affievoliscono e la fatica (l’età avanza per tutti) si fa sentire con maggiore insistenza. Però Buti resta un’isola della sperimentazione, fra le poche rimaste, un’oasi di resistenza (ma senza proclami da sbandierare), un laboratorio aperto di linguaggi e traiettorie. Anche stavolta.
«Si può considerare laboratorio – dice ancora Marconcini – perché chiediamo ai nostri spettatori di farsi carico di alcuni esperimenti che questo strano anno ci induce a fare. Partendo da Dante e Amleto, lo vogliamo esploratore di un nuovo modo di fruizione, lo immergiamo nel teatro completamente al buio, non ci saranno luci, scene, costumi e neppure l’attore con la sua fascinazione, gli sarà tolta la vista, ogni illusione ottica; sola rimarrà la parola con tutte le sue risonanze e prismi, una voce che diventa segno, via, sentiero, logo». Questo concetto che porta con sé un alto grado di misticismo e sacralità si esplica stasera con Chiara Guidi che, sul solfeggio del violoncello di Francesco Guerri, ramifica i canti 3, 6, 7 e 13 dell’Inferno dantesco, un esercizio dove «il suono della laringe umana in stretta relazione con gli endecasillabi e con la notazione musicale del violoncello dà vita a un’unica forma che, come una linea flessuosa non visibile, ci indichi la chiave di tutto».
L’altro tuffo nel buio è il 29 ottobre con Roberto Latini e la sua “Fortinbrasmaschine”, immersione nelle profondità della vertigine amletica, solcata dalle musiche e i suoni di Gianluca Misiti.
A seguire, dal 5 al 7 novembre, un nuovo affascinante “Paesaggio” pinteriano, sapientemente orchestrato da Marconcini insieme a Giovanna Daddi.
Protagonisti del lavoro ispirato al racconto di Poe “La caduta della casa Usher” e al film che ne trasse Jean Epstein saranno poi Maria Bacci Pasello e Daniele Fedeli, mentre Elvira Frosini e Daniele Timpano con loro “Zibaldino africano”, aprono una finestra disincantata e crudelmente lieve su quel lato oscuro del nostro Belpaese che fu il colonialismo. Chiude il 3 dicembre Silvia Pasello che indossa i panni dello scespiriano re Lear, sulla drammaturgia di Stefano Geraci e le musiche di Ares Tavolazzi.
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