Meteo
Un secolo con Zanzotto fra riedizioni e nuovi studi
Lorenzo Marchese
Nel decennale della morte, e nel centenario della nascita, di Andrea Zanzotto (1921-2011) eventi e commemorazioni si accavallano. Le iniziative sono iniziate già questa estate e continueranno per tutto l’autunno-inverno: per dirne una sola, il convegno internazionale “Zanzotto, un secolo. Da Pieve di Soligo al mondo” a cura di Francesco Carbognin, Andrea Cortellessa e Matteo Giancotti, in programma fino a domani a Pieve di Soligo, dove Zanzotto ha passato quasi tutta la sua vita appartata. A ciò si accompagna una cospicua attività editoriale di Mondadori, lo storico editore del poeta, che ha visto uscire nel 2021 le “Traduzioni trapianti imitazioni” e gli “Erratici. Disperse e altre poesie 1937-2011”, senza trascurare nuovi studi critici come “Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza) di Andrea Cortellessa e “L’infinito proliferare dell’essere” (Carocci) di Daria Catulini.
È pur vero che Zanzotto ha sempre avuto una cospicua fortuna critica e universitaria, inscindibile dalla fama, ancor oggi perdurante, di poeta oscuro, destinato a lettori già in possesso di un forte background culturale e di una vocazione al logorio intellettuale costante. È un’immagine non del tutto sbagliata, ma da precisare, e frutto di una serie di contraddizioni insanabili che stanno alla base della sua opera in versi: la vocazione sperimentale; l’ossessione verso la Bellezza come idea disincarnata, intrecciata al rifiuto di comunicare secondo codici difficili ed élitari; la controspinta nevrotica che fa convivere il dettato più alto ed etereo con le scorie della cronaca e del boom industriale; la capacità di dialogare alla pari con altri saperi fondamentali del Novecento, dalla filosofia di Heidegger e di Wittgenstein all’ecologia.
Se Zanzotto fosse solo questo, in effetti, lo leggeremmo con l’interesse distaccato che si nutre verso uno specialista ammirevole per capacità di aggiornamento, erudizione e padronanza della letteratura. Ma tutto questo conta relativamente, quando poi apriamo e leggiamo qualcosa del genere: “Io parlo in questa / lingua che passerà”. Una delle poesie più belle di “Vocativo” (1957) il suo terzo libro e primo capolavoro, si spegne su una voce angosciata che prende atto di essere intrappolata in una fugacità a scatole cinesi. Non solo l’essere umano nasce per essere triturato, mangiato ed espulso dal tempo, non solo la realtà esterna ci sfugge di continuo: è transitorio anche il linguaggio che usiamo per pensare, fare arte, creare un’illusione di permanenza. Allora cosa significa questo nostro parlare, scrivere? Nessuno si è posto di più questa domanda, nella poesia italiana del Novecento: e tutti, non solo gli specialisti di letteratura, dovrebbero porsela almeno una volta nella vita. Ma conviene avvisare il lettore che Zanzotto di risposte certe non ne ha date. Tutt’al più, al fondo della sua opera c’è uno strappo violento e quasi involontario, che invita a non rimanere quieti di fronte alla vanità delle cose.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google