Battistelli a Roma col suo “Julius Cesar” «È un’opera classica piena di espressività»
Il nuovo lavoro del musicista e direttore del Festival Puccini è ispirato alla tragedia di Shakespeare con testo in inglese
Lisa Domenici
Chi potrebbe parlare dell’antica superba Roma meglio di Giulio Cesare, il protagonista delle grandi sfide, dalla conquista della Gallia, dal passaggio del Rubicone fino alla data fatale delle idi di marzo, quando morì assassinato? A Giulio Cesare, anzi “Julius Caesar”, è dedicato l’ultimo lavoro del compositore Giorgio Battistelli, che esordirà al Teatro dell’opera di Roma il 20 novembre (repliche 23, 25, 27 e 28). Il libretto di Ian Burton è tratto da Shakespeare e il testo è in inglese. Sul podio direttoriale Daniele Gatti. Regia di Robert Carsen.
Battistelli, è tra i più importanti compositori contemporanei (il pubblico toscano ricorderà ad esempio l’opera “Teorema” su testo liberamente tratto da Pasolini, andata in scena al Maggio musicale fiorentino nel 1992), organizzatore musicale, intellettuale impegnato, accademico effettivo dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. In Toscana ha ricoperto l’incarico di direttore artistico del Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano, dell’Orchestra regionale toscana, e attualmente è direttore artistico del Festival Puccini di Torre del Lago.
Maestro, come è nata l’idea di mettere in musica proprio Giulio Cesare?
«Circa tre anni fa, Carlo Fuortes, allora sovrintendente del Teatro dell’opera, mi propose di scrivere un’opera su e per Roma. La proposta mi coinvolse immediatamente perché già avevo in mente una trilogia da Shakespeare, dopo il Riccardo III, andato in scena nel 2005».
Quindi in prospettiva potrebbe esserci un terzo titolo?
«Chissà? Intanto occupiamoci di questo».
Per questa occasione è tornata la collaborazione proficua con il librettista e regista Burton, che ha dato ottimi risultati con Riccardo III, peraltro insignito del premio Abbiati 2018. Anche in quel caso, il testo musicato era in inglese.
«Sì abbiamo deciso di lasciare la lingua originale che è un inglese antico, per restare il più possibile fedeli a Shakespeare. D’altronde ho musicato libretti in diverse lingue straniere, ma questo non ostacola la ricerca di un adeguato rapporto tra parola e materiale sonoro. Cerco di non rinunciare mai all’espressività, perciò ho bisogno di un testo».
Veniamo al soggetto che è senza dubbio accattivante.
«Stiamo parlando del primo omicidio importante della storia, forse del personaggio più famoso al mondo. Nell’immaginario collettivo Cesare è sinonimo di conquista e i congiurati si scagliarono contro di lui, l’uomo potente, che era diventato dittatore a vita e aveva avviato una importante riorganizzazione politica e amministrativa. E in questo contesto Bruto, che fu tra i capi del complotto insieme a Cassio, acquista un’importanza quasi maggiore di quella di Cesare».
Nel dramma shakespeariano, Bruto è un personaggio tormentato, travolto da eventi che è incapace di fronteggiare.
«Così pure nella mia opera, Bruto si dimostra fragile e dubitante. È dilaniato dall’invidia verso Cesare e si giustifica dicendo: tra Roma e Cesare ho scelto Roma».
Parliamo della tipologia vocale assegnata ai vari personaggi.
«Il cast è formato soprattutto da uomini, ossia è quasi tutto maschile, con un’unica presenza femminile che è quella di Calpurnia la moglie di Cesare. Lei ha la voce di mezzosoprano scuro perché interpreta una donna non più giovane. Cesare è un baritono scuro, Bruto un baritono chiaro come pure Antonio. Insomma la tessitura delle voci maschili è quella baritonale o tenorile. Fondamentale è il ruolo del coro che di volta in volta dà voce ai soldati romani, al popolo e così via. Canta in scena e fuori scena. L’opera dura due ore e quaranta minuti ed è suddivida in due atti. Non è un’opera sperimentale, ma ha tutti gli ingredienti dell’opera lirica».
Lei ha affermato che l’opera finisce quando si chiude il sipario, ma non muore. Cosa significa?
«Voglio dire che l’opera, non finisce sul palcoscenico, cioè quando cala il sipario e il pubblico torna a casa, ma, come i genitori fanno con i figli, l’autore che la sente sua creatura la lascia vivere nel mondo. Io sono ottimista per questo Julius Caesar perché come dicevo, non è un’opera sperimentale. Siamo in un periodo in cui i compositori lavorano in totale libertà. Esistono gli autori non più soltanto le scuole, non ci si riconosce più in un’estetica dominante. Senza dubbio però, è molto più difficile per un autore tracciare un percorso proprio, in un contesto pieno di strade».
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