Festival di Venezia, Ezio Bosso racconta se stesso in un docu-film
Il regista Giorgio Verdelli presenta “Le cose che restano”, dedicato al musicista “visionario” scomparso l’anno scorso
VENEZIA. «Volevo evocare una presenza e non un ricordo». Così Giorgio Verdelli, regista di “Le cose che restano” presenta il suo docu-film su Ezio Bosso, prodotto da Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema, e proiettato ieri, fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Nelle sale arriverà come evento cinematografico soltanto il 4, 5 e 6 ottobre. A Torino, in realtà, città natale del musicista e direttore d’orchestra, la pellicola verrà proiettata con un’anteprima speciale il 15 settembre, il giorno in cui Bosso avrebbe compiuto 50 anni se non fosse scomparso nel 2020.
All’inizio, Verdelli aveva pensato di intitolare “Nonostante tutto” il docu-film sull’artista scomparso un anno fa, a 48 anni (pochi mesi prima di compierne 49), per una malattia neuro-degenerativa che non era riuscita però a intaccare minimamente la sua voglia di arte e di comunicazione. Poi, però, il regista ha cambiato idea e ha optato per “Le cose che restano” «perché se è vero che un grande artista non muore mai e restano le sue opere, nel caso di Bosso restano anche le sue parole» chiarisce Verdelli che ha scelto come voce narrante del film lo stesso Bosso raccogliendo, aiutato anche dalla famiglia dell’artista, le sue riflessioni, le interviste, i pensieri in un flusso di coscienza con cui si svela e fa entrare lo spettatore nel suo mondo, come in un diario. Bosso stesso, dunque, racconta, prima e durante la malattia, le sue umili origini (papà tranviere, mamma operaia non interessati alla musica eccezion fatta per la domenica, quando nella loro casa torinese risuonava quella sinfonica), del suo innamoramento totale, già a quattro anni, degli inizi da contrabbassista, seguiti dal pianoforte e dalla direzione d’orchestra.
Le sue esecuzioni magistrali all’arena di Verona, a Londra, sono intervallate dalle sue frasi celebri, da «per fare il musicista ci vuole lo stomaco di un camionista, l’allegria di un'entraineuse e la calma di un monaco buddista» a «la musica è magia, non a caso i direttori hanno la bacchetta», passando per «La musica si può fare solo in un modo come la vita: insieme», rivolta alla platea del festival di Sanremo dove approdò nel 2016, con la sua carrozzella spinta sul palco dell’Ariston dal conduttore Carlo Conti. La genesi di quell’apparizione deflagrante davanti a milioni di telespettatori è svelata nel docufilm dall’artefice Paola Severini Melograni, direttrice di Angelipress.com, da sempre vicina al mondo della disabilità che nel novembre 2015, racconta, incontrò Bosso prima di intervistarlo in una sua trasmissione radiofonica: «Ci raccontammo le nostre vite – ricorda – gli dissi che gli avrei dedicato una lunga intervista in radio ma che ero convinta che fosse maturo anche per Sanremo. Lui rispose: “Non è possibile, tu non ci riuscirai mai”». Un anno dopo era all'Ariston». «Ho portato avanti questa battaglia perché Bosso aveva raccontato come quella la malattia invalidante, arrivata a un certo punto della sua vita, lo avesse mutato, anche arricchito in quella mutazione e questa mutazione poteva essere segnale per tutto il Paese» spiega Paola Severini nel docu-film. Alla sua testimonianza si aggancia quella di Conti, che svela come quella sera lui e Bosso avessero totalmente improvvisato il loro dialogo. E nel docu-film ricordano l’artista scomparso anche gli amici Silvio Orlando, Enzo Decaro, il regista Gabriele Salvatores: «Ezio faceva quello che avrei voluto fare io» spiega in sintonia con Luca Bizzarri.
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