La Piombino di Staino Baratti, la tenda e la comune...del cibo
Il vignettista racconta il suo legame con la città «Un amore sbocciato già negli anni Sessanta»
Sara Chiarei
PIOMBINO. Ieri sera è calato il sipario su “Piombino 20 Eventi” con “Il Tenco Ascolta” che per il secondo anno consecutivo ha scelto di inserire Piombino tra le sue numerose tappe italiane. Presidente del prestigioso Club Tenco è Sergio Staino, noto fumettista, vignettista e regista. Ha collaborato con molti quotidiani, diretto l’Unità e vinto il Premio Tenco come operatore culturale nel 2016. Ora, insieme agli altri membri del direttivo, tende l’orecchio alla ricerca di interessanti novità musicali da scovare tra le numerose proposte che arrivano ogni anno.
Felice di essere tornato a Piombino?
«Moltissimo. Sono per metà toscano (nato a Piancastagnaio) e per l’altra metà lucano, ho vissuto sempre a Firenze e tutto l’aspetto ironico deriva da qui. Per Piombino poi ho un grande amore, ho conosciuto Baratti negli anni ’60 quando ancora non era diffuso il campeggio ma io già allora arrivavo munito di tenda, sono stato un precursore. Più avanti, io e una comitiva di amici estremisti di sinistra, abbiamo preso una casa a Populonia, realizzando una sorte di comune popolare (solo sotto l’aspetto alimentare però!)».
Come è messa la comunicazione oggi?
«Tutta la stampa sta messa male, dovuto principalmente alla facile offerta del web e all’eccessiva presenza di giornali sul mercato, ci sono troppi doppioni».
Quanto sono gravi le fake news?
«Il vero problema, in questa fase, è legato ai vaccini. Occorre che da parte di tutti, a prescindere dal colore politico, ci si adoperi a risolverlo attraverso una legge molto dura perché non ci possiamo permettere questa disobbedienza che di certo non può dirsi civile. Il fatto è che la caduta di ideali politici ha potato al continuo ricorso ad una pubblicistica appariscente che parla alla pancia dell’elettorato e non al cervello, una tendenza cui si sono adattati tutti».
Cosa sono le vignette?
«Le vignette sono sintetizzatori di un pensiero collettivo. La domanda è, come fanno oggi a essere sintetizzatori quando il pensiero collettivo è frantumato in mille pezzi e retto solo da invidia e cattiveria? E che ruolo ha la satira in questo contesto? La satira è una seminatrice di dubbi, deve andare a cercare dove sono nascosti l’opportunismo e la malafede e con sagacia tirarli fuori in modo divertente ma acuto, anche ferendo se necessario».
Perché veniva accettata di più dalla politica del passato?
«Intanto nella prima Repubblica avevamo una stampa molto uniformata e abbastanza noiosa nell’impaginazione, perciò la vignetta rompeva questo schema. Oggi invece capita che sia la stampa la prima a fare satira con titoli ad effetto o cose simili, alcuni giornalisti ci rubano il mestiere. Manca quel graffio che semina il dubbio».
E Bobo cosa pensa dell’Italia di oggi?
«È disperato quanto me. Siamo sempre stati molto vicini nel modo di pensare!».
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