Il Tirreno

«Così fotografo la mia Toscana»

Elena Torre
il fotografo fiorentino e un suggestivo scorcio toscano in uno scatto di Andrea Pistolesi
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il fotografo fiorentino e un suggestivo scorcio toscano in uno scatto di Andrea Pistolesi

Andrea Pistolesi terrà un workshop a Viareggio al Festival del viaggio «La tecnica è importante, ma serve soprattutto non essere banali»

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Andrea Pistolesi è uno dei grandi fotografi italiani di viaggi, collabora con tutte le più importanti riviste del settore italiane, francesi e anglosassoni e vive metà anno in Thailandia e metà a Firenze. Ha fotografato moltissimo anche la Toscana e la sua bella costa e sarà a Viareggio durante il Festival del Viaggio, dal 2 al 5 settembre a Villa Paolina, dove terrà un workshop gratuito per insegnare a chi voglia iscriversi a fotografare sia con la macchina fotografica che con lo smartphone.

Pistolesi, quando ha capito che voleva fare il fotografo?

«All’università perché le materie con cui si poteva trovare lavoro non mi interessavano, allora sono andato a fare geografia, ma cosa fare da grande come geografo? Ho pensato di scrivere e fotografare per fare reportage. All’inizio mi hanno detto che fotografavo meglio di quanto scrivessi e allora mi sono buttato sulla fotografia. Per me è stato fondamentale prima di tutto studiare la storia della fotografia e dell’arte. Le arti visive sono importantissime prima di mettersi a fotografare. Conoscere ciò che è stato fatto fino a quel momento dagli altri artisti e fotografi è la base. Al di là degli aspetti tecnici è importante la cultura delle immagini».

Lei ha visto e fotografato tutto il mondo, dove ha lasciato il cuore?

«In Toscana. Viviamo la regione più bella del mondo. Una terra che dal punto di vista naturalistico e artistico è così ricca. Ci sono posti come la Patagonia o la Norvegia o altri che sono paesaggisticamente fantastici, ma la sintesi che abbiamo noi non ce l’ha nessuno. Con tutte le pecche, ma è così».

Dovesse riassumere la Toscana in pochi scatti cosa sceglierebbe?

«Direi sicuramente il panorama di Firenze da piazzale Michelangelo, le crete senesi, Volterra, le foreste casentinesi d’autunno, la Garfagnana, l’Isola d’Elba».

Nel suo workshop a Viareggio al Festival del Viaggio cosa trasmetterà?

«Invito alla sensibilità dell’occhio. Nei workshop non si va a imparare cosa fare con la macchina perché non c’è tempo. Ai partecipanti del workshop posso far risparmiare inutili tentativi. Il docente aiuta a sfuggire alla banalità dello scatto. Insegniamo un modo di vedere che sia significativo. Poi serve una certa propensione».

Che ruolo dovrebbe avere la fotografia?

«La fotografia è cambiata e ha cambiato la sua definizione nel corso degli ultimi 20 anni, prima essere un fotografo era avere una macchina fotografica costosissima e un proprio modo di inquadrare. Con l’avvento dei cellulari ognuno ha in tasca una macchina fotografica. Andare a parlare di fotografia a un ragazzo di 10 o 12 anni è totalmente diverso rispetto a uno di 15 negli anni Ottanta, perché oggi la foto è usata a livello di comunicazione. Un ragazzo va in Salento e fa una foto al volo della spiaggia per far vedere dove si trova. Questa foto non ha tensioni espressive, dice soltanto voglio farti vedere com’è bello il posto. Così la foto è diventata solo un messaggio non più un prodotto espressivo o artistico. Quindi è sbagliato dire che cosa è diventata la fotografia oggi perché non ha seguito una linea retta di evoluzione, ma c’è stato uno stravolgimento. Prima c’erano i fotografi, oggi siamo circa 6 miliardi di fotografi».

Quindi come si destreggia oggi il fotografo?

«La fotografia con la F maiuscola è rimasta perché chi la fa è un professionista che sa usare il mezzo espressivo e non meramente comunicativo, e quindi è in grado di dare un messaggio non banale attraverso l’immagine. Poi ci sono foto di viaggio, che sono le più abusate, o di moda o di still life e sono generi diversi».

Cosa vorrebbe per la fotografia?

«Mi piacerebbe che il pubblico della fotografia si ampliasse per alimentare e sostentare la fotografia interpretativa. Serve pubblico informato e interessato. E poi, se non sono più i giornali a diffonderla che sia qualcos’altro che però sia attento alla qualità e alla fotografia che non si brucia in un quarto d’ora. E vorrei inventare un media che vada a sostituire le riviste ed i libri intelligenti che alimentavano la fotografia di qualità. Tutti si inventano piattaforme social ma nessuno punta sulla qualità, solo sulla diffusione e la comunicabilità».

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