Il presidio
Dalla parte degli ultimi «Grazie a Pasolini è cambiata la mia vita»
In giro per il mondo a fotografare guerre, donne e bambini Toscani? «Un vero maestro perché non insegna nulla»
l’intervista/2
Una ventina di foto di Pino Bertelli sono esposte agli Uffizi. Come quella della bambina irakena bruciata dal napalm sotto le bombe, scattata nel 2003. Un’immagine simbolo della stupidità della guerra e dell’impegno civile del fotografo piombinese. Ma Bertelli non ama parlare di sé. Ex operaio delle acciaierie, allontanato dalla fabbrica agli fine degli anni ’80 per le sue idee ambientaliste, si definisce ex ragazzo di strada. La sua vita è cambiata nel 1959 grazie «al dono di un poeta», che gli regalò una macchina fotografica. Quel poeta era Pier Paolo Pasolini. Da allora la fotografia è la sua cifra e il suo racconto. Ha girato il mondo per testimoniare guerre e ingiustizie, sempre dalla parte degli oppressi. E ha scritto tanti libri. L’ultimo, “Maledetto Toscani”, edito da Cine Sud di Francesco Mazza, è dedicato a Oliviero Toscani. Il maestro amico.
Perché ha scritto un libro su Toscani?
«Ho voluto raccontare l’uomo Toscani, che mi piace ed è più importante del mito. Ho avuto l’occasione di studiarlo per sei anni durante la stesura di questo libro, che è un libro sulla filosofia di un fotografo coraggioso e scomodo. Prima che gli altri ci pensassero ha parlato di temi come l’omosessualità, l’anoressia, la diversità, la mafia, ha fatto della fotografia una creazione di valori e una rivoluzione dell’umano. Non ho voluto scrivere né una biografia, né un’agiografia né una distruzione del mito. Per questo cinque case editrici l’hanno rifiutato».
Apparentemente siete molto diversi. Toscani è suo amico ma anche maestro?
«È un amico da tanti anni ed è un maestro perché sa usare la fotografia per far riflettere, va oltre la fotografia, è un interprete della fotografia, il più importante che abbiamo in Italia. Sì, apparentemente abbiamo forme di fotografia distanti ma ci unisce una comunione sul sociale e per il sociale. Abbiamo gli stessi interessi in ambiti diversi, quello che conta è il perché si fa, come si usa la fotografia. Direi che siamo due mondi paralleli che si congiungono sul tema della fotografia e della solidarietà con i più deboli, gli oppressi e gli sfruttati».
Cos’è per lei la fotografia, Bertelli?
«La fotografia è come uno specchio, significa essere accanto agli emarginati, a chi soffre, a chi ha bisogno di aiuto. Il mio modello è Eugene Smith, che fotografò le vittime di Minamata, in Giappone, e quando è morto ha lasciato 18 dollari di eredità».
Quando ha conosciuto Oliviero Toscani?
«Una trentina di anni fa. Al di là di ciò che la gente diceva di lui, mi ha colpito il suo coraggio, la voglia di cambiare il mondo. Ha preso posizione contro la pena di morte, la tortura, il razzismo, contro la distruzione del pianeta. La sua fotografia è un dizionario che può diventare punto di aggregazione o di differenza».
Cosa vuol dire?
«Oliviero è un maestro vero perché non insegna niente, lascia che gli altri prendano quello che vogliono, se vogliono».
Torniamo alla vostra amicizia. Com’è nata?
«Oliviero ha scritto molte prefazioni ai miei libri. Ne ho scritti tanti dedicati alle donne e ai bambini. È così che è nato un sentimento di amicizia e stima. Ci unisce la forza di un’idea di fotografia: ciò che è giusto e il bene comune. Con la fotografia non si fanno le rivoluzioni ma si può diventare uomini e donne migliori, uno può essere più stupido se si ferma all’apparenza, o più intelligente».
Parliamo di lei, Bertelli. Ha girato il mondo per fotografare guerre, poveri... È il cantore degli ultimi.
«Ho fotografato sempre gli oppressi, soprattutto donne e bambini. A Chernobyl, in Amazzonia, in Iraq, l’Africa l’ho girata quasi tutta, sono stato in Argentina, in Spagna».
I suoi reportage sono famosi, ha esposto alla Biennale e agli Uffizi.
«Non amo parlare di me. Ho viaggiato e scritto tanti libri. Tre premi Nobel mi hanno fatto le prefazioni: Dario Fo, Rigoberta Mentchù e l’Unicef per Chernobyl».
Da quel 1959 com’è diventato Pino Bertelli?
«Nel 1959 Pier Paolo Pasolini mi regalò la mia prima macchina fotografica, ho cominciato a fotografare le prostitute, i matti, ho girato film e documentari, sempre dalla parte degli ultimi, dei bambini, delle donne. Io sono un anarchico aristocratico, vado dietro all’amore e alle emozioni, non alle bandiere. La fotografia è resistenza, ovunque nel mondo un uomo soffre dobbiamo essere lì per farlo sentire meno solo».
Oggi cos’è la fotografia?
«Oggi la fotografia è morta, è gente come Toscani e come me che porta a un nuovo rinascimento per dire qualcosa con la fotografia su qualcosa e contro chi vuole dominare col pensiero unico unificato».
Perché è morta la fotografia?
«È morta perché si scattano milioni di fotografie e non ci sono fotografi. La fotografia di Toscani è una forma di resistenza al presente, contro ogni pressione e tentativo di omologazione».
A cosa sta lavorando adesso?
«Sto lavorando a due progetti: una mostra e un libro sui ritratti delle Maddalene, donne dalla bellezza violata; e un lavoro con un poeta molisano, Valentino Campo, che ha fatto un poema sui sanniti: sto cercando sulle montagne del Molise tracce di questo popolo che si ribellò ai Romani, un’antropologia della poesia attraverso la fotografia». —
Maria Meini
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