Mitico Satchmo eroe popolare e ambasciatore del jazz nel mondo
Cinquant’anni fa ci lasciava Louis Armstrong maestro di stile e simpatia, creò il ruolo del solista
Gabriele Rizza
Resta clamoroso l’episodio di Louis Armstrong invitato al Festival di Sanremo del 1968. Al termine di “Mi va di cantare”, canzonetta stile dixieland anni 20 presentata in concorso (l’altra interprete era Lara Saint Paul), col pubblico entusiasta tutto per lui e un cachet astronomico di 70 milioni di lire, per accontentare l’uno e onorare l’altro, il grande Louis pensò che non poteva congedarsi dopo neanche tre minuti. Ci voleva almeno mezz’ora. Ci volle l’intervento pacificatore, neanche troppo diplomatico, di Pippo Baudo al suo primo Sanremo per rimettere le cose nel loro alveo naturale: memorabile il fermo immagine che vede Pippo sventolargli in faccia un fazzoletto bianco in segno di resa e sbrigativamente invitarlo a lasciare il palco dell’Ariston.
Certo, col senno di poi, se gli avesse lasciato carta bianca e campo libero chissà cosa sarebbe venuto fuori. Roba da iscrivere nel mito. Non solo per il festival. Armstrong aveva 66 anni. La salute compromessa. Sarebbe morto a New York tre anni dopo: esattamente il 6 luglio 1971. Mezzo secolo fa.
Nato il 4 agosto 1901 in una baracca di legno nel più povero quartiere nero di New Orleans, come dire la culla e il volano di tutta la musica afroamericana, già negli anni Venti Satchmo simboleggia la liberazione del solista. Che, legato alla tradizione, alla struttura della musica di inizio secolo nella quale era immerso, può ora intrecciare una relazione più stretta e intima con i materiali, il linguaggio e il suo stesso mezzo (lo strumento). Poi il suo stile, il suo stare in scena, la sua tromba faranno il resto.
Quella sua spontaneità straordinaria, quella immediatezza espressiva ma sempre coniugata a una formidabile compiutezza formale, quella sua urgenza di comunicare la gioia e il blues, la sua sonorità cristallina, piena a calda allo stesso tempo, la voce roca e velata, la simpatia stampata sul sorriso a “sessantaquattro denti”, gli occhi vispi sulle gote a palloncino premute sull’imboccatura, faranno di Armstrong un “eroe” popolare.
Persino quel suo bizzarro soprannome Satchmo (da “Satchelmouth”, bocca a forma di borsa) divenne familiare alle grandi folle, ai quattro angoli del pianeta. Il suo nome superava le etichette e la sua arte riusciva a trasformare in oro qualsiasi banalità impostagli da una industria discografica già allora assai poco illuminata (l’esperienza sanremese di “Mi va di cantare” ne è la prova).
Armstrong non si risparmiava. La musica era gioia, missione, empatia. Girava film e girava il mondo. A partire dagli anni Cinquanta era diventato un globe trotter, un viaggiatore instancabile. Era l’ambasciatore sommo del jazz: in Europa dell’Est e dell’Ovest (gli mancherà solo l’Unione Sovietica), Asia, Australia, Americhe, accolto ovunque da folle entusiaste. Una serie di tournée massacranti che finirono per minarne il fisico. Se oggi ai concerti rock partecipano decine di migliaia di persone, Armstrong allo stadio di Budapest ne richiamò più di 90mila. Con una differenza: era il 1965.
In poche parole Armstrong ha inventato il jazz come oggi lo conosciamo. Mentre i pionieri si preoccupavano di perpetuare l’improvvisazione collettiva tramandata dal folklore, Louis si presentava alla ribalta in primo piano lasciando al suo gruppo il solo incarico di fornirgli un background adeguato. Ed è grazie a lui che la forma musicale nata a New Orleans alla fine dell’800 raggiunse un pubblico universale.
Ha detto Duke Ellington: «Se mai ci fu qualcuno degno di essere chiamato Mister Jazz questo fu Louis Armstrong: fu la quintessenza del jazz e resterà tale». Dirà Gil Evans: «Ho imparato molto da Armstrong, tutto ciò che so su come trattare una canzone lo devo a lui: credo che si stato la figura più importante dell’intera storia del jazz».
Scriverà il New York Times all’indomani della sua morte: «Se il jazz americano prodotto dall’ambiente storico, culturale e razziale di New Orleans, è l’originale contributo degli Stati Uniti all’arte del mondo, questo lo si deve certamente a Louis Armstrong più che a qualsiasi altro». —
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