Il presidio
Quarant’anni di un mito Quando Bene lesse Dante per la strage di Bologna
Gabriele rizza
«C’ero anch’io tra il pubblico sotto le torri di Bologna ad ascoltare la Lectura Dantis di Carmelo Bene, in quella notte di luglio del 1981, in memoria delle vittime della strage di Bologna». Così Arto Lindsay ricorda uno spettacolo che ha segnato la propria vita artistica. Per motivi anagrafici e di militanza quella sera c'ero anch'io a Bologna sotto le torri e l'emozione fu più che profonda indelebile. Era il 31 luglio di 40 anni fa. Stasera al Teatro Romano di Fiesole, la Lectura Dantis rivive alla maniera di Arto Lindsay, musicista statunitense (è nato in Virginia nel 1951) che non smette di sperimentare, autore di installazioni sonore nonché artefice di perfomance tra musica, elettronica, arte, ricerca e tradizione. In una scena vuota, solcato solo da sorgenti luminose, al centro di un allestimento audio a spirale come un vertiginoso girone dantesco, Arto Lindsay riunisce una piccola compagnia di musicisti/rumoristi: i droni sonori di Melvin Gibbs, il canto carnatico di Roopa Mahadevan (una delle maggiori interpreti della millenaria tradizione vocale dell’India meridionale), la voce radicata nella tradizione salentina di Rachele Andrioli, il violoncello evocativo di Redi Hasa, che dai Balcani e dalle terre della Tarantola arriva a Robert Plant e Ludovico Einaudi. Arto Lindsay si inoltra nella selva oscura della vocalità trascendentale di Carmelo Bene per una discesa inedita che dialoga con le terzine della Commedia e con la portentosa eco di quel lontano canto. «Il rumore della folla – ricorda ancora Arto – era alto quasi quanto la voce di Bene che aveva scelto Dante per riaffermare le ragioni dell’umano di fronte all’orrore della bomba alla stazione. Il lutto, lo smarrimento e il conforto divennero una cosa sola. All’epoca non avevo familiarità con l’italiano del tredicesimo secolo e nemmeno troppo con quello del ventesimo. Fu il suono ad impossessarsi di me, ad attraversarmi. Sentivo, respiravo, afferravo qualche parola. Era musica. Nell’anno in cui portiamo tutti il peso di un’altra peste, abbiamo ancora bisogno di ascoltare la voce di Dante». —
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