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Torniamo nella "Città incantata” con gli occhi sognanti dei bimbi
I 20 anni di un capolavoro. Il film rivelò all’Occidente l’arte di Hayao Miyazaki che vinse l’Oscar e l’Orso d’oro. Ora la storia e le avventure di Chihiro si possono di nuovo vedere su Netflix
In “A Japanese Mirror” (1984), un saggio ancora utilissimo sul Giappone (e inspiegabilmente mai tradotto in Italia) Ian Buruma dice dei suoi abitanti qualcosa che di denigratorio ha solo l’apparenza. Olandese naturalizzato britannico, ma vissuto dal 1975 al 1981 in Giappone per lavorare nel settore del cinema, Buruma conclude con la definizione sorridente dei giapponesi come “un popolo di bambini”: nella loro timidezza gentile, nell’abitudine alla cortesia e allo scambio di doni, nell’apparente mancanza di doppiezza e negli sviluppi, un po’ più conturbanti, del loro immaginario erotico-visivo. A quanto è dato sapere, Buruma non ha mai espresso giudizi su “La città incantata” di Hayao Miyazaki: eppure si tratta di un film per bambini nella stessa accezione del termine, la più nobile e profonda, e gli piacerebbe.
Questo lungometraggio d’animazione (comunemente, in giapponese, anime) uscì per la prima volta nel luglio di vent’anni fa in Giappone, e se in patria rastrellò record d’incassi e giudizi elogiativi dalla critica come di consueto dai tempi di “Il mio vicino Totoro” (1988), all’estero impose per la prima volta Miyazaki come autore di primo piano, premiato nel 2002 con l’Orso d’oro al Festival di Berlino e nel 2003 con l’Oscar per il miglior film animato (prima e ultima volta, per ora, di questo riconoscimento a un anime). Da lì in poi, “La città incantata” è entrato nel nostro pantheon e ha fatto da apripista all’animazione d’autore nipponica, anche per merito di un efficace lavoro di distribuzione passato prima per Mikado nel 2003 e poi per Lucky Red, che ha ridoppiato i film nel 2014.
“La città incantata”, per i suoi vent’anni, si può ora vedere sul catalogo di Netflix. Sarà l’occasione per riscoprire un’opera su cui è stato detto praticamente di tutto, ma che ci stupisce a ogni visione per la sfasatura fra la bellezza delle immagini e i nostri tentativi di ricavare una morale da una storia di vasta semplicità. Nella vicenda della piccola Chihiro che, prigioniera in una città di spiriti, deve lavorare in un surreale impianto termale sospeso fuori dal nostro mondo per riconquistare la libertà sua e dei genitori, si è vista una fiaba, un’allegoria del Giappone moderno fra culto smodato del lavoro e minaccia ambientale, un viaggio iniziatico alla scoperta di se stessi. Ma scegliere una di queste letture resta un modo adulto e catalogatore di vedere “La città incantata”, che è prima di tutto un film per bambini: non perché è un contenuto ridotto, inoffensivo, fatto, come troppi prodotti d’animazione di oggi, per vendere gadget e pubblicizzare conformismi; ma nel senso di qualcosa di irriducibile agli schemi concettuali in cui restiamo intrappolati crescendo, con una logica di sogno che grandi e piccoli, davanti allo schermo, possono riconquistare. —
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