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Fumata bianca per Paolo VI, uomo di pace che ancora ispira il pontificato di Bergoglio
Il 21 giugno 1963 Giovan Battista Montini viene eletto dopo un complicato Conclave: per volere di papa Francesco è stato fatto santo
Paola Taddeucci
Un profeta che guardava lontano. Instancabile apostolo delle genti, mite e riservato, colto e spirituale, uomo di fede e di libertà, del dialogo e del confronto. È lui a ispirare Bergoglio, il papa venuto dalla fine del mondo che vuole una Chiesa aperta, vicina ai poveri e ai migranti. Come la voleva Giovan Battista Montini, il papa venuto dalle valli bresciane – dichiarato prima beato e poi santo proprio dall’attuale pontefice – che fu eletto il 21 giugno 1963 e, con il nome di Paolo VI, rimase in carica per quindici anni fino alla morte, il 6 agosto 1978.
La sua propensione alla modernità creò malumori già nel Conclave – la riunione plenaria dei cardinali per eleggere il nuovo pontefice – dove numerosi porporati per giorni fecero opposizione e non lo votarono. La fumata bianca dal camino della Cappella Sistina, sede del Conclave, arrivò dopo sei tentativi andati a vuoto e soltanto in seguito all’intervento di un mediatore, il cardinale Gustavo Testa, che chiese energicamente ai colleghi di non contrastare più l’elezione di Montini. Iniziarono così i quindici anni di un pontificato che, seppure spesso criticato e poi dimenticato, ha invece gettato le basi della Chiesa attuale, traghettandola verso la modernità.
«Paolo VI – sottolinea don Antonio Rizzolo su Famiglia Cristiana – ha abbracciato ortodossi, anglicani e riformati, innovato e internazionalizzato la Curia romana. Ha portato a oltre il 50 per cento il totale dei membri non europei del collegio cardinalizio, aumentandone il numero e riducendo il peso degli italiani: ha così creato le condizioni che hanno condotto in meno di mezzo secolo all’elezione di tre papi non italiani e del primo papa non europeo». La modernità di Montini è testimoniata anche da diversi primati. Fu il primo pontefice a viaggiare in aereo: volò per raggiungere terre lontanissime, come nessuno dei suoi predecessori aveva fatto. Primo a visitare tutti i cinque continenti, spingendosi fin quasi alle porte della Cina. Nelle Filippine, a Manila, subì perfino un attentato da parte di uno squilibrato, che lo ferì al costato con un coltello. Fu Montini a segnare il ritorno del capo della Chiesa cattolica, dopo duemila anni, in Terra Santa: l’incontro con il Patriarca ortodosso di Costantinopoli avvenne nel 1964, l’anno successivo la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa suggellò il riavvicinamento tra le due chiese. Paolo VI, poi, fu il primo papa a tenere un discorso alle Nazioni Unite. A New York parlò lunedì 4 ottobre 1965, con quel «Mai più la guerra» detto in francese, la lingua con cui lanciò l’accorato invito: “Jamais plus les uns contre les autres, jamais, plus jamais” (Mai più gli uni contro gli altri, mai più). Definendolo “un grande”, citò John Kennedy, il presidente degli Stati Uniti assassinato nell’agosto 1963 che, nel corso di un tour nelle capitali europee, a giugno di quell’anno gli aveva fatto visita a Roma due giorni dopo l’elezione a pontefice.
E si deve a Montini l’istituzione della Giornata mondiale della pace, che venne celebrata per la prima volta il 1° gennaio 1968 e da allora, ogni anno, rinnova il forte messaggio con cui Paolo VI la lanciò: «la promozione dei diritti dell’uomo è il cammino della pace». Uomo di pace, come Kennedy, e vicino ai bisognosi. «Chi si trova in stato di necessità ha il diritto di provvedere alle proprie necessità dalle ricchezze altrui»: è una frase dalla sua enciclica “Gaudium et spes” (Gioia e speranza). Rivoluzionaria allora, oggi ancora di più.
Un fatto, avvenuto agli inizi del pontificato e rimasto nella storia, spiega più di ogni altro l’impronta che Paolo VI avrebbe dato al suo mandato. Successe quasi un anno dopo l’incoronazione in piazza San Pietro, l’ultima in cui un papa – proprio per volere di Montini – ha indossato la tiara o triregno, il copricapo-simbolo del papato. Paolo VI la usò di nuovo in altre due cerimonie solenni, poi nel novembre 1964, alla fine della messa che celebrava la riapertura del Concilio Vaticano, scese dal trono papale e, con un gesto inaspettato e simbolico, depose la tiara sull’altare come segno di umiltà e di rinuncia a qualsiasi potere di natura politico-umana, oltreché come messaggio di cambiamento nell’ottica di rinnovamento del Concilio. Ma Paolo VI fece ancora di più, mettendo poi all’asta la tiara per donarne il ricavato ai poveri. Il cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, la acquistò con una sottoscrizione che superò il milione di dollari e da allora è conservata nella basilica dell’Immacolata Concezione a Washington.
Per questa decisione, ma in generale per l’impronta innovatrice con cui portò a compimento il Concilio iniziato dal predecessore Giovanni XXIII, venne attaccato dagli ultratradizionalisti che lo accusavano di aperture eccessive. Fu criticato anche per l’appassionata partecipazione alla tragedia di Aldo Moro, lo statista rapito e ucciso a maggio 1978. Per la liberazione Paolo VI implorò le Brigate rosse con una lettera ai giornali e, alla cerimonia pubblica di suffragio, recitò un’omelia ritenuta tra le più alte della Chiesa moderna. Delle critiche Montini non si curò, ma la tragedia lo provò duramente. Tre mesi dopo morì, a 81 anni. —
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