Il presidio
Il silos granario, da monumento al degrado a suggestiva sala pubblica vista mare
Completata la prima parte del recupero della struttura primo novecentesca sul porto di Livorno: domani si può visitare
Per un terzo di secolo è stato un monumento al degrado nel cuore del porto di Livorno: è il silos granario sulla punta che divide l’antico Porto Mediceo dalla parte post-ottocentesca. E se un po’ ovunque la trasformazione delle banchine ha lasciato questi pachidermi in disfacimento, qui stiamo parlando di un gigante alto più di 40 metri che domina l’imbarco dei traghetti e lo sbarco dei croceristi: un andirivieni di gente che, Covid a parte, vale grossomodo tre milioni di passeggeri ogni anno.
Adesso però non è più così: e il miracolo è arrivato, per singolare coincidenza, proprio negli oltre 14 mesi in cui il porto passeggeri è stato quasi un fantasma. L’ha fatto la Porto Immobiliare srl, la società di Autorità portuale e Camera di Commercio che ha in mano la proprietà delle aree (la privatizzazione dello scalo passeggeri ha riguardato la parte gestionale, non i “mattoni”). Prima sono stati consolidati e tinteggiati gli esterni: cadevano a pezzi, era un ricettacolo di immondizia, compreso il gabbiano mummificato dal salmastro. Poi ci si è occupati di recuperare il grandioso spazio al piano terra: del tutto particolare, perché non è un il solito salone “open space” ad uso di spettacoli e conferenze Al contrario, lo sguardo è spiazzato da una folla di pilastri che reggono una cinquantina di altissimi cilindri di cemento armato, ciascuno dei quali ha una bocca inferiore che fa da punto luce anziché servire come in passato a scaricare grano destinato ai barrocciai in attesa là fuori.
In questo weekend la svolta diventa realtà: l’Authority, la Camera di Commercio e la Porto Immobiliare hanno in agenda per oggi l’anteprima riservata alle istituzioni (e alla stampa) sotto la regia della storica Olimpia Vaccari, presidente della Fondazione Livorno Arte Cultura, fra taglio del nastro e visita agli spazi rinnovati con l’architetto Riccardo Ciorli e le Guide Labroniche. Domani e dopodomani sono previste visite gratuite aperte alla cittadinanza: è obbligatorio prenotare facendo riferimento alle Guide Labroniche (tel. 349 0057410): appuntamento domani al mattino ore 10, 11 e 12 mentre nel pomeriggio alle 17, 18 e 19, l’indomani solo al mattino.
Il fascino di questa architettura da archeologia industriale sta proprio nel fatto che il fabbricato ha un identikit unico: un susseguirsi di ritagli interni, di spazi e di sottospazi. A cominciare dalla “cripta”: la chiamano così ma in realtà è semplicemente il sottosuolo del silos con ambienti di limitata altezza e grandi basamenti geometrici per i pilastri. Non basta: ci sono almeno due grandi terrazze, l’una guarda verso il largo a 30 metri sul livello del mare e l’altra a più di 40 con doppio panorama verso sud e verso nord. Chissà, potrebbero diventare localini: è questa solo una piccola parte di questa volumetria kolossal a un passo dal mare: Lorenzo Riposati, amministratore unico di Porto Immobiliare, cova la speranza di risanarlo poco per volta.
Del resto, una volumetria del genere, inclusa metà anni ’60 senza pregi né idee, è merce ghiotta a due passi dalla stazione marittima: una ventina d’anni fa era stata il campo di battaglia d’un progetto di trasformazione urbanistica che poi venne inchiodato al muro. Non è un segreto che anche l’équipe dell’archistar Renzo Piano gli abbia dedicato una qualche attenzione: lo meriterebbe tutta l’altra metà del lungomare livornese, quella ancora da connettere in un progetto unico che includa il Forte della Bocca, la Fortezza Vecchia, gli ex Macelli del Forte di San Pietro d’Alcantara più la nuova stazione marittima e lo spazio che si libererà con il trasloco del depuratore cittadino (assurdamente ancora a ridosso del cuore antico della Venezia).
Il silos l’ha costruito l’ingegner Cristoforo Bozano, una “grandefirma” dei progetti industriali dei primi decenni del Novecento, chissà se nonno del “biondino della spider rossa” del caso Milena Sutter. Siamo nel 1924 e questo enorme impianto per la movimentazione del grano – che aspirava cereali dalle stive delle navi e attraverso nastri trasportatori lo faceva arrivare lassù in cima al silos – prende il posto di vecchi depositi di petrolio russo di proprietà di una dynasty asburgica che lo importava dai fratelli Nobel, incluso Alfred l’inventore della dinamite (e del premio per gli ultracervelloni del mondo).
La struttura è in cemento armato Hennebique: come le ex terme liberty del Corallo. Anch’esse prigioniere del degrado, anch’esse diventate un simbolo. È quel che vuol fare il silos: rinascere per farsi simbolo della rinascita che verrà. —
Mauro Zucchelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google