La famiglia reale inglese può essere razzista. Nel 1968 ottenne l’esenzione dalla legge
Il quotidiano ha ritrovato le carte della trattativa col Parlamento che stava approvando le norme anti-discriminazione
Sembra quasi di vederli. Seduti, in tre. In un salotto austero, coi mobili vittoriani. Il mondo che spinge fuori. Mary Quant che lancia la minigonna. Gli studenti che scendono in strada per la rivoluzione. Il parlamento inglese che da anni tenta di ampliare i diritti civili: nuove leggi contro le discriminazioni basate su razza e sesso. Loro no. Difendono quello che resta dell’impero britannico e i privilegi della Corona: la regina può avere comportamenti razzisti (e sessisti) e non essere perseguita per questo. Succedeva più di mezzo secolo fa e può accadere ancora oggi.
Lo svela, in un’inchiesta esclusiva, The Guardian, il quotidiano britannico che ha rintracciato negli Archivi nazionali del Regno Unito documenti “riservati” datati 1968-1970 e 1975, di proprietà della Corona. Sono la conferma di quello che, negli ultimi mesi, va ripetendo la “scomunicata” Meghan Markle, moglie di Harry di Inghilterra, il figlio scapestrato di lady D, rimasto senza titoli: la monarchia è razzista. E, soprattutto, la monarchia si ritiene al di sopra della legge. Se serviva una prova, il Guardian la fornisce. È una “pistola fumante” che neppure Buckingham Palace può smentire. Come di consueto preferisce non rispondere alle domande scomode, ma non può negare (e non lo fa) che mantiene ancora i privilegi concordati mezzo secolo fa, per essere esentato dai divieti di comportamenti razziali. Soprattutto come datore di lavoro.
Com’è possibile che questo accada? Stiamo parlando del Regno Unito, della patria del diritto e dei diritti civili. Del luogo dove la monarchia è amata dal popolo e che è riuscita a rimanere in piedi anche se l’impero coloniale è ufficialmente finito il 1° luglio 1997, quasi un quarto di secolo fa. Si parla di un Paese che nel 1970 ha avuto la forza di portare in Parlamento le leggi proprio contro le discriminazioni basate sulla razza e l’etnia, sul sesso e perfino una norma sulla parità salariale. E allora? Per capirci qualche cosa, bisogna leggere la quindicina di fogli dattiloscritti ritrovati da The Guardian. E seguire, a grandi linee, per lo meno, le relazioni, le bozze, i disegni di legge e le trattative condotte fra uomini del governo e uomini della Corona. E capire che dietro all’approvazione di ogni legge esiste un’antica (sarebbe meglio definirla arcaica, anacronistica, perfino anti-costituzionale) regolina che si chiama “Queen’s consent”: un meccanismo per il quale, la regina, zitta zitta, può agire per impedire che venga portata in votazione qualunque normativa.
Proprio per evitare che scattasse questo “veto” di matrice medievale sulle leggi anti-discriminazioni nel 1968 parte questa trattativa fra governo e Buckingham Palace. Lo scopriamo oggi grazie ai Buckingham Palace papers (ai documenti) che the Guardian pubblica. A grandi linee, possiamo sintetizzare così la vicenda.
In una relazione “riservata”, datata 20 febbraio 1968, Mister T. G. Weiler, funzionario del ministero dell’Interno, riassume come stia procedendo la discussione con Lord Tryon, responsabile delle Finanze della Corona (il tesoriere di Buckingham Palace) e di altri funzionari dello staff della Casa reale. Nella relazione si legge che la Corona è pronta a non mettersi di traverso rispetto alle leggi che il parlamento vuole approvare a condizioni che le siano accordati alcuni privilegi. Fra questi, vuole che le sia riconosciuto lo stesso diritto del corpo diplomatico di non esaminare candidati per impieghi di personale che non fossero residenti da almeno cinque anni nel Regno Unito.
Addirittura – riferisce Weiler – viene fornita da Lord Tryon la gerarchia del personale della famiglia reale: 1) i posti di alto livello, mai occupati con selezioni pubbliche o con «un sistema palese di nomina» e che quindi sarebbero stati esclusi automaticamente dall’applicazione per i quali «di fatto non era consuetudine nominare immigrati di colore o stranieri»; 2) personale di servizio «per i quali i candidati di colore sono stati liberamente presi in considerazione, ma che sarebbero in ogni caso coperti dall’esenzione generale proposta per il lavoro domestico».
Le trattative si susseguono e quando le proposte di legge (bill) anti-discriminazione arrivano in Parlamento, sono accompagnate da una clausola: il Comitato sulle questioni etniche che aveva avuto il compito di indagare su eventuali discriminazioni razziali «avrebbe inviato i reclami (le denunce) del personale della Regina al ministro dell’Interno, invece che ai tribunali ordinari». Poi quando le leggi anti-discriminazioni sul lavoro sono state approvate, è stato confermato il diritto dei lavoratori di portare i casi davanti ai giudici. Al personale della Royal Family, però, è stato specificatamente vietato di farlo. In compenso, recita una nota di Buckingham Palace la sovrana aveva, e avrebbe, ancora una procedura speciale per accogliere i reclami relativi alle discriminazioni. Ma ancora una volta, la parola chiave è «speciale». Sinonimo di straordinaria. Al di fuori della legge. —
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