Il Tirreno

DUE LIBRI IN VETRINA 

Il calamaro gigante di Genovesi e il Dante per bimbi di Muzzopappa

Cristina Bulgheri

Lo scrittore versiliese e le paure da superare, il Divino poeta spiegato tra vignette e crucipuzzle

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Cristina Bulgheri

Una metafora che diventa un mantra. “Calamaro gigante, calamaro gigante, calamaro gigante”. Mentre il ritardo del treno aumenta, mentre aspetti un messaggio che non arriva, mentre l’auto non riparte e ti lascia a piedi sotto la pioggia, ripeti a te stesso queste due parole: “Calamaro gigante”. E’ la ricetta di Fabio Genovesi per controbattere agli imprevisti quotidiani, ai contrattempi, ai problemi e agli affanni umani che sembrano grandi e insormontabili ma che diventano piccoli e relativi di fronte alla vita smisurata che abita gli abissi. “Perché se esiste davvero il calamaro gigante – scrive lo scrittore fortemarmino che presenterà il libro il 5 giugno alle 18 a Villa Bertelli proprio nella sua Forte dei Marmi – non c’è più un sogno che sia irrealizzabile, una battaglia inaffrontabile, un amore impossibile». Quella che racconta Genovesi nel suo ultimo libro “Il calamaro gigante” (Feltrinelli, pag 141, euro 14) è la storia di una fascinazione che affonda le sue radici nelle leggende animate da creature smisurate e mostri marini. Esemplari un po’ sognati e un po’ mistificati da navigatori e avventurieri, spesso non creduti e derisi proprio come è accaduto all’autore quando alla scuola elementare tutti i compagni scoppiarono in fragorose risate di fronte al suo disegno che ritraeva l’animale preferito: proprio un calamaro gigante. Non un cane, né un gatto, né un orso, ma un animale che non esiste. O almeno così credevano gli altri, i “sani”, gli inquadrati, i seguaci dell’evidenza scientifica, della realtà che esiste solo perché la si conosce. Eppure anche l’America l’ha scoperta uno che neanche la cercava. L’invito di Genovesi è allora a sollevare il velo del conosciuto, a sbirciare sotto il tendone del circo per scoprire tutta la vita che ci sta dentro, a guardare il mare non solo fermandosi alla superficie ma attraversandolo per scandagliare tutto quello che ci sta dentro, tutto quello che ci sta sotto. Perchè pensiamo di sapere molto, forse tutto e invece per esempio “del mare - come recita l’incipit del libro - non sappiamo nulla». Ma non solo del mare. Ecco allora che “ll calamaro gigante” diventa la storia dell'impossibile che diventa possibile, del sogno che può essere sognato, dello strano che diventa normalità. Come la presenza del nonno trapassato con cui la nonna Beppina parla mentre frigge le patatine al nipotino. E «se ogni pensiero è un chiodo che ti pianta dove stai, tra sbadigli e rimpianti, meglio fidarci, affidarci, e tuffarci». Nel mare delle possibilità, in una vita che va oltre il conosciuto, che impone l’abbandono della “confort zone” e chiede di chiudere gli occhi e buttarsi: come la scommessa di Pascal, come il «folle volo di Ulisse, come salpare oltre e varcare le colonne d’Ercole degli orizzonti conosciuti che tanta sicurezza ci danno». La citazione dantesca ci accompagna per mano al libro-gioco di Francesco Muzzopappa dal titolo “L’Inferno spiegato male” corredato dai disegni di Daw (al secolo Davide Berardi) uscito per la casa editrice DeAgostini (pag 304, 14,90 euro), in occasione delle celebrazioni per i 700 anni della morte del Somma Poeta. Un libro divulgativo destinato ai piccoli (ma non solo) per avvicinare Dante al pubblico nel modo che Muzzopappa sa fare meglio: facendo divertire i lettori. La selva oscura, le tre fiere, Virgilio, Lucifero, il caro vecchio e saggio Virgilio, Caronte, Cerbero, il Minotauro con la coda che si avvolge per condannare le anime diventano personaggi non “da studiare” ma veri e propri compagni di gioco, per un viaggio che pur essendo infernale può diventare divertente: un’avventura all’ultimo respiro tra dannati e diavoli dagli occhi di brace. Vignette, crucipuzzle, salti e rimandi, incontri inaspettati, capriole tra le pagine. Se ne esce “a riveder le stelle” ma con il sorriso sulle labbra perché “se non ci si diverte un po’, che viaggio è? Al ritorno, come minimo, si cambia agenzia di viaggi”. —

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