Il Tirreno

sul palco 

Nel 1968 con la sua Giselle incantò il pubblico di Firenze

GABRIELE RIZZA
Nel 1968 con la sua Giselle incantò il pubblico di Firenze

La grande étoile si esibì con il leggendario ballerino russo Rudolf Nureyev La platea rimase rapita dalla perfezione tecnica e dall’intensità emotiva 

3 MINUTI DI LETTURA





GABRIELE RIZZA

C’era una sottile, indefinibile linea di confine fra l’interprete e l’artista, quando Carla Fracci affrontava sulle punte le sue eroine. Una su tutte, Giselle. Che diventerà il suo cavallo di battaglia, esplosa letteralmente a fianco di Erik Bruhn, il ballerino danese “maestro” di Nureyev, che con lei costituirà l’altra coppia eccellente del panorama coreutico mondiale, speculare a quella formata da Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev. Un’identità col personaggio messo in musica da Adolphe Charles Adam nel 1841, sintesi perfetta di romantica e appassionata leggerezza, che Carla Fracci attraverserà nel corso della sua carriera con la consapevolezza che quel “modello” rivolto all’incorporeo, allo spirituale, al soprannaturale in qualche modo le apparteneva. Era la sua incarnazione. Lo specchio dove riflettere l’arioso dispiegarsi di un “corpo/fiaba”, fragile e persistente al tempo stesso. Perché fragile e persistente era Carla Fracci, una determinazione, una forza di carattere anche spigolosa, che contrastava con l’incredibile volatilità, il morbido abbandono, con la grazia sospesa dei suoi passi. A Firenze, sul palcoscenico del vecchio teatro Comunale, Carla Fracci ci ha regalato indimenticabili Giselle. Tutte luminose, tutte dotate di irriducibile fascinazione, tutte idealmente e fisicamente “corrispondenti” al partner di riferimento. La prima volta fu nel 1968 con il Balletto dell’Opera di Montecarlo, corografia Coralli e Perrot, insieme a Rudolf Nureyev, il cui posto, come Albrecht nel 1975, sarà preso prima da Paolo Bortoluzzi (a gennaio) e poi da Mikahil Baryshnikov (a luglio): il corpo di ballo era quello del Maggio musicale fiorentino, firmava la coreografia Milorad Miskovitch. Tornerà di nuovo con Nureyev Carla Fracci nel 1980 diretta da Evgheni Polyakov e ancora nel 1985 stavolta in coppia con Georghe Jancu, mentre Rudy, nella stessa occasione, in una fantastica alternanza, si troverà a danzare con Sylvie Guillem, altro mostro sacro, allora giovanissima prima ballerina dell’Opera di Parigi. L’intensità emotiva, la perfezione tecnica, la sensibilità interpretativa, lo stile apolinneo di Carla Fracci erano proverbiali. E sterminato era il suo repertorio, dal classico accademico al moderno. Come prestigiosa la lista dei partner con cui ha condiviso la scena. Ai già ricordati, si aggiungono, fra gli altri, Babilée, Vassiliev, Dupont, Bocca, Bujones, Cragun, Bolle, Ezralov mentre a Tersicore si affiancano il teatro, il cinema, la televisione. Allineata ma fino a un certo punto, pronta a sperimentare e a rimettersi in gioco, Carla Fracci è la prima che abbandona il Corpo di Ballo della Scala nel nome di libertà e pluralità espressiva, la prima che porta la danza nei teatri di periferia e negli chapiteaux, e sarà la prima a fare un figlio, operazione assolutamente bandita all’epoca dall’etereo universo della danza classica. Volitiva, caparbia, costante la Fracci, artista che accostava a una fisicità da sogno, evanescente e smaterializzata, straordinarie doti di “tragedienne”. Dirà una volta di sé: «Il successo, che fatica! Noi qui alle otto siamo tutti in piedi». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera