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«“I ragazzi della via Pal” poi Miller, Ionesco, Manzoni e la saggezza di Seneca»
Gabriele Rizza
Attore, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, regista, cantante, musicista, cabarettista. Più semplicemente autore: cinema teatro radio tivù. Alessandro Benvenuti nasce nel 1950 a Pelago. Se pensiamo a un artista completo Benvenuti è il massimo. Il Teatrino dei Giancattivi, anni 70, con Athina Cenci e Francesco Nuti, resta l’incipit di una formidabile carriera.
Il libro sul comodino
«Come spesso capita – dice Alessandro Benvenuti – in quel fazzoletto di spazio, i libri si affollano. Magari un po’scemano ma subito riaffiorano. In questo momento vi albergano “Colazione da Tiffany” di Truman Capote, “Moon Palace” di Paul Auster, che mi sembra in Italia sia stato tradotto come “Il palazzo della luna”, e “Colpevoli” di Sandra Bonsanti. Poi, libri a parte, staziona una montagna di Settimane Enigmistiche non terminate da mia moglie. Che si ostina a non fare i seguenti schemi: le parole crociate rompicapo, la ricerca di parole crociate, le parole crociate a settori, quelle bifrontali, le interdefinite, gli incroci obbligati e quelle senza né capo né coda. Come vedi il daffare non mi manca».
Il libro della vita
«Uno su tutti, “I ragazzi della via Pàl” di Ferenc Molnar. Mi piacque talmente tanto – dice Benvenuti – che sullo schema di quella storia scrissi il mio primo romanzo con protagonisti tutti i miei amici e nemici del paese. In più, per alcune estati, approfittando di uno spazio all’aperto che serviva da deposito di legname e macchine edili del padre costruttore di una mia amica (tale Berta), giocammo a fare quei ragazzi tirandoci addosso delle cataste di legna, bombe di sabbia e pirulini dalla cerbottana con la punta ammorbidita dalla saliva per non giocarci le retine anzitempo».
Il colpo di fulmine
«Anche qui uno spicca su tutti: “Tropico del Cancro” di Henry Miller. Lo tenevo sul comodino come la Bibbia. Iniziai a bere Pernod e riscrissi, condizionato ed esaltato dal suo stile, gli ultimi tre anni della mia vita scoprendo più verità rileggendo ciò che avevo scritto di quante non ne avessi capite vivendole. Un libro periscopio».
L’ultima sorpresa
«Può sembrare strano ma sono “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. L’ho odiato per decenni. Quando la scuola mette fra te e un capolavoro un muro invalicabile di sospetti. Poi quando qualche anno fa l’ho riletto per Rai Radio 3 ho avuto l’impressione di fare surf sotto l’effetto di una droga allucinogena. La mia voce era la tavola e la scrittura il mare fatto di onde armoniose. La parte che è toccata a me era quella riguardante la peste. Una delle più difficili. Mai mi sarei aspettato un viaggio sonoro e mentale in così tanta meraviglia».
Non delude mai
«Cercare, cercare, cercare. Posso dire che è tutta la vita che cerco e finché cerco non sono mai deluso. Perciò non resta che “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust».
Il libro da rileggere
«Dico senza tema di essere smentito “Lettere a Lucilio” di Seneca. Un testo spartiacque fra la veglia e il sonno. La quiete e la tempesta. L’ansia e l’abbandono. Perché talvolta, prima di addormentarsi, se si è inquieti, nervosi, con la luna storta, e di certo i motivi per esserlo oggi non mancano, rileggere un pezzettino di sapienza antica aiuta a fare a meno degli psicofarmaci».
Ispiratore del lavoro
«Uno non sa di essere assurdo finché non incontra qualcuno il cui scrivere viene definito assurdo. Allora confrontandosi vedi che quel tipo nato in Romania potrebbe essere idealmente un tuo zio. Un parente stretto. Io, nei miei diari, scrivevo già teatro dell’assurdo ma senza esserne consapevole. Eugène Ionesco mi ha aiutato a farmi coraggio e proseguire senza farmi eccessivi problemi. E lo sto facendo ancora. Perciò ora e sempre “La cantatrice calva”.
Sull’isola deserta
«Ne farei rilegare uno di 500 pagine tutte rigorosamente bianche e provvederei a portare con me penne e lapis sufficienti per scrivere anch’io, in quella ritrovata pace, il capolavoro che ognuno di noi credo abbia dentro di sé senza saperlo». —
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