Il Tirreno

Quando gli stagnini riparavano le pentole e si parlavano con una lingua tutta loro

emanuela ambrogi
Quando gli stagnini riparavano le pentole e si parlavano con una lingua tutta loro

Approda in televisione l’arivaresco, il gergo di un vecchio mestiere che era molto diffuso nei paesi della Lucchesia 

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la storia

emanuela ambrogi

Ha fatto strada la storia del gergo arivaresco scoperto e recuperato dal Tirreno nel maggio del 2017. Del singolare modo di parlare si è occupato nei giorni scorsi anche il Tg1. L’arivaresco non è una lingua, non è un dialetto, ma è un gergo di mestiere che parlavano gli stagnini partiti dalla frazione di Vico Pancellorum, uno dei borghi più conosciuti del Comune di Bagni di Lucca, per riparare paioli e vecchie pentole. Un mestiere che non esiste più, ma proprio per questo l'arivaresco acquista maggiore valore e attenzione. Dopo essere stato tema di incontri e conversazioni in librerie e tv locali, il singolare gergo è arrivato al Tg1. Sul grande schermo sono apparsi Claudio Stefanini, Manuel Tognazzini e Lisa Mariani, già protagonisti di incontri e dibattiti. Ha parlato anche Stefano Tognazzini, l'ultimo stagnino rimasto sul territorio. «Il fazzoletto si chiama sguracanali. Per dire bello si dice calio, per brutto il termine giusto è storno – informa Stefanini – Ips calia (bella) è la gallina, ips storna (brutta) è la cipolla». Altre espressioni incomprensibili per chi non conosce l’arivaresco, dice Tognazzini, sono: «Lo ciaone sgrana la tempera con la radica di felce, ovvero l'uomo mangia il pane con la salsiccia; la meneca c’affina la camorcia granara" (la donna ha la testa grossa); lo bronciolo intasca alla santosa" (il prete parla in chiesa); allo riarmo affinanoli ciaoni pacchiani e le meneche storne (al paese ci sono uomini scemi e donne brutte). Ancora: È calia la sgorbia? (è buona la minestra?) si dice scherzando alle figlie, mentre si è riuniti per il pranzo. No, è storna, risposta che significa che la pietanza non è di gradimento».

Tognazzini ha acconsentito di pronunciare queste frasi per Il Tirreno, ma il suo desiderio è quello di tenere il più possibile per sé e per la sua famiglia i segreti di questo gergo di mestiere. Ha 45 anni ed è figlio e nipote di due stagnini doc: è rimasto uno dei pochi conoscitori dell’arivaresco su tutto il territorio del Comune di Bagni di Lucca. Mantiene la tradizione insegnando il gergo anche alle due figlie. Tognazzini lavora in cartiera, ma conosce i segreti degli stagnini trasmessigli dal padre e dal nonno per riparare i vecchi paioli. L'arivaresco è ormai prezioso, conosciuto da pochi perché i vecchi stagnini non ci sono più. Tra i custodi del gergo c’è anche Lisa Mariani, 31 anni, laureata in lingue moderne. Ha inserito anche l'arivaresco nei suoi studi e lo ha scelto come oggetto della tesi di laurea. «L' arivaresco non è un dialetto e nemmeno una lingua – spiega Mariani – si appoggia alla lingua italiana perché non possiede un sistema di linguaggio autonomo e ha la particolarità della sostituzione del lessico».

Lo zio di Manuel Tognazzini, Stefano, ha 80 anni e abita a Vico Pancellorum. È l'ultimo stagnino rimasto sul territorio. Conosce tutti i segreti di questo vecchio mestiere, conserva gli attrezzi e ancora oggi a volte viene chiamato da qualcuno che ha bisogno di una riparazione. Ogni giorno si occupa del suo orto. Vive con la moglie Agnese (74 anni) e ha due figli, un maschio e una femmina, che abitano in Lucchesia, e una nipote. La sua abitazione si trova sulla salita dove c'è il ristorante "La buca di Baldabò", gestito da un altro conoscitore dell'arte dell'arivaresco, Enrico Vitali. «Prima eravamo tutti stagnini qui a Vico – spiega Tognazzini senior – parlo della metà degli anni Quaranta. Si camminava, perché per andare col treno ci volevano i soldi e non sempre li avevamo. Si passava da una capanna all'altra, a volte quando si rientrava alla sera si dormiva insieme alle bestie. E quante volte rientravamo inzuppati d'acqua. Qualche ora di sonno e si ripartiva. Avevo 15 anni quando imparai tutti i trucchi del mestiere da mio padre Giuseppe. Qualcuno ha detto che l'arivaresco arriva dalla Sardegna, non lo so. Io l'ho imparato da mio padre. Andavamo in giro per riparare i paioli e si entrava nelle cucine degli alberghi, dei ristoranti. Quando si parlava tra noi non volevamo che gli altri capissero». —

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